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Beginning
this collection of Italian painters with an eighteenth century copy of
Leonardo’s self-portrait is not meant as a provocation. It is a
tribute to one of the world’s greatest artists and permits us to
narrate a story full of contestations and difficult attributions. This
version was considered to be authentic until 1960, despite the evidence,
conserved in the Royal Library in Turin. In 1845 Pietro Selvatico,
whilst cataloguing the works in the Academy in Venice, wrote: “ I draw
exquisitely in red pencil, where all the intelligence of the author
appears; particularly the eyes and the mouth are a perfection difficult
to improve.” This drawing appeared as an incision in a volume in 1810,
dedicated to Leonardo’s Last Supper and its’ author, Giuseppe Bossi,
clearly indicated: “ This print by Giuseppe Benaglia was not copied
from the original drawing by Leonardo (the actual existence is ignored)
but from a copy made by Raffaello Albertolli.” The drawing greatly
precedes the era of the reproduction of works of art. Taken as notes,
drawn for studies as a gift to the author or to create the possibility
of transporting a work of art, it has often created many difficult
attributions. It is considered a minor art, a false preparation, a
moment of exercise or simply a sketch of an idea, drawn on a spare sheet
of paper, rarely signed. Paper, as Bernard Berenson recalls in his
volume on Florentine Renaissance painters, was a costly material and
often, next to the drawings, was the cost of the expenses and
heterogenic notes. For this reason, due to the lack of valid documents,
the problem of the paternity becomes a problem of a critical-aesthetic
sensibility and the attribution
“is never rigorously scientific, measurable, reversible and
able to be demonstrated, but in the best of cases, simply plausible.”
(Berenson, 1937, preface to Designs of Florentine Painters) We should
not be surprised, therefore, when Leonardo’s self-portrait, housed in
Turin, was only judged as such after many centuries. Another interesting
observation by Berenson raised the question of the quality of the
photographic reproduction of the drawings, necessary for a comparison
between the scattered originals as well as giving a discrete idea as to
its quality. But in the drawings all is reduced to lines and shadows and
no mechanical process is able to reproduce it faithfully. Each negative
and each print from the negative give a different result and this
demonstrates that no photograph is totally trustworthy.” Fortunately,
since 1937, photography has improved greatly and the images are
represented, independent of the paper and ink with which they were
printed in the book. They guarantee a sparkle and an image that “improves”
the original, even using monitors with performance and prices that are
not stratospheric, providing that the phosphoruses is not too tired.
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Iniziare
questa raccolta di disegni di pittori italiani con una copia
ottocentesca di una copia dell’autoritratto di Leonardo da Vinci non
vuole essere una provocazione; è un omaggio a uno degli artisti più
grandi, e permette di raccontare una storia di attribuzioni difficoltose
e contestate. Fino al 1960 veniva ancora autorevolmente sostenuta l’autenticità
di questa versione, negandola al foglio conservato presso la Biblioteca
Reale di Torino. Nel 1854 Pietro Selvatico, catalogando le opere d’arte
nell’Accademia di Venezia, scriveva: “Disegno a matita rossa di
somma squisitezza, ove apparisce tutta la scienza del sommo autore; gli
occhi e la bocca in particolare sono di una perfezione non facilmente
superabile.” In realtà questo disegno figurava, come incisione, in un
volume del 1810 dedicato al Cenacolo vinciano, e il suo autore Giuseppe
Bossi indicava chiaramente: “Questa stampa, di man del signor Giuseppe
Benaglia, non fu presa dal disegno originale di Leonardo (che si ignora
dove esista) ma da una copia fattane dal signor Raffaello Albertolli.”
Il disegno ha preceduto di molto l’era della riproducibilità dell’opera
d’arte: preso come appunto, realizzato per studio, come omaggio all’autore
o per rendere possibile la trasportabilità di un’opera, ha spesso
creato multipli di difficile attribuzione. Considerato un’arte minore,
una fase preparatoria, un momento d’esercizio o semplicemente lo
schizzo di un’idea, veniva realizzato su fogli volanti raramente
firmati (la carta, ricordava Bernard Berenson nel suo volume sui pittori
fiorentini del Rinascimento, era materia costosa, e spesso accanto ai
disegni apparivano i conti della spesa e appunti eterogenei). Per
questo, in mancanza di documentazione certa, il problema della
paternità diventa un problema di sensibilità critico-estetica, e l’attribuzione
“non è mai rigorosamente scientifica, ossia misurabile, reversibile e
dimostrabile, bensì, nel migliore dei casi, semplicemente plausibile”
(Berenson, prefazione del 1937 a I
disegni dei pittori fiorentini). Non dovrebbe meravigliare, quindi,
che l’autoritratto di Leonardo conservato a Torino sia stato giudicato
autografo solo a distanza di secoli. Un’altra interessante
osservazione di Berenson sollevava la questione della qualità delle
riproduzioni fotografiche dei disegni, necessarie per un confronto tra
originali dispersi e difficilmente accessibili e per aiutare la non
infinita memoria del critico. “Si aggiunga che lo studio dei disegni
è gravemente ostacolato dalla mancanza di riproduzioni adeguate. Una
fotografia ben stampata di un dipinto basta a rinfrescare il nostro
ricordo dell’originale e perfino a dare una discreta idea della sua
qualità. Ma nei disegni tutto si riduce alla linea e alle ombre, e
nessun processo meccanico sembra capace di riprodurli fedelmente. Ogni
negativa e ogni stampa della medesima negativa danno risultati diversi e
ciò dimostra che nessuna fotografia è degna di fede.” Fortunatamente
dal 1937 a oggi la fotografia ha fatto passi notevoli, e le immagini che
sono qui presentate, indipendenti dalla carta e dagli inchiostri con cui
venivano stampate su libro, possono garantire una brillantezza e una
fedeltà che “migliorano” l’originale. Anche con monitor da
prestazioni e prezzi non stratosferici, e sempre che i fosfori non siano
troppo stanchi. |