GIOTTO


By Frida De Salve - Photo by B. Balestrini

 

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INTRODUCTION

The work of Giotto for the Franciscan church of Assisi and his participation in the frescoes depicting episodes in the Old and New Testaments has involved scholars in a complex and at-length debate, the outcome of which, for many of them, is that his involvement in the work marked the beginning of his career as an artist.
Many scholars are in agreement in recognising Giotto’s first interventions in the fresco of the second span of the upper church portraying the last two Stories of Isaac.
The excellent quality of these two frescoes shows that Giotto himself painted each detail, something that is rather obvious if one considers that the hiring of the Florentine painter instead of the masters already working in the Basilica depended on the results of these two works.
At this point, given the vastness of the complex decoration, it is natural to think that the painter decided  to obtain help from those who had worked with him before in the basilica. This help, certainly from artists with much more experience that Giotto’s, is noticeable in all the frescoes in the first span, the Vault of the Doctors and the under-arch, the Stories from the Old and New Testament. This is enough to explain the drop in quality, not on an inventive level, but only in the painting in respect to the Stories of Isaac and the cycle of Stories of St. Francis.
In order to give a chronological order to the frescoes, the logical movement of the ceiling has often been followed from the top to the bottom where Giotto’s first frescoes after the Stories of Isaac  may be identified in the first span with the Vaults of the Doctors.
In favour of this temporal succession is the spatial placement of these last frescoes, while not respecting the rules of perspective they do, however, follow a law of convergence towards the centre of the canvas. This all demonstrates that behind the Vaults of the Doctors was an innovative mind that experimented and faced new problems obviously trying to resolve them.
The only help towards giving a name to the artist is that of Mimmo di Filippuccio from Siena, whose hand is certainly recognised as a consistent participant in the painting of the Vaults of the Doctors  in the relative under-arch and in the Pentecost.
All this leads in a logical way to Giott’s greatest work of art inside the Basilica: the Stories of St. Francis, illustrating the Franciscan legend.
Attribution of the work to Giotto has, even in this case, caused opposition by critics that continues even today.
There exist numerous imitations of the Assisi cycle in early thirteenth century painting and this makes it easier to attribute this cycle to him because it is difficult to think that, at that period in time, there existed another artist of his genius and innovation working alongside him.
There does not, therefore, seem to exist a valid reason to refuse the tradition, handed down by Vasari, where the Stories of St. Francis were commissioned by Giovanni da Murro, the General of the Franciscan monks from 1296 to 1305.
A recent discovery has established that 272 “days” were needed to decorate the 272 pieces of fresco during the entire cycle of work.  It was also possible to identify the order in which they were painted, confirming the order of the narration of the legend with the exception of the first that, according to its style, was probably the last to be painted.

 

 

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NTRODUZIONE

L’attività di Giotto per la chiesa dei francescani di Assisi e la sua partecipazione agli affreschi raffiguranti gli episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento costituisce un problema complesso e lungamente dibattuto dagli studiosi, molti dei quali, comunque, riconoscono proprio in questo ciclo pittorico gli inizi dell’attività del pittore.
Molti studiosi convergono, ormai, nel riconoscere il primo intervento di Giotto negli affreschi della seconda campata della chiesa superiore, raffiguranti le ultime due Storie di Isacco.
L’eccellente qualità di questi due affreschi dimostra che Giotto li eseguì personalmente in ogni dettaglio, cosa piuttosto ovvia se si considera che, sulla base di queste due opere, i committenti avrebbero poi deciso se licenziare i maestri che già operavano nella basilica e affidare al pittore fiorentino la prosecuzione dei lavori.
A questo punto, data la vastità del complesso decorativo, è naturale pensare che il pittore decise di rilevare alcuni aiuti fra coloro che avevano lavorato fino a quel momento nella basilica. L’intervento di questi aiuti, senza dubbio di cultura più arcaica rispetto a Giotto, è riscontrabile in tutti gli affreschi della prima campata, ossia la Volta dei Dottori e il sottarco relativo, le Storie del Vecchio e Nuovo Testamento. Questo basterebbe a spiegare il calo qualitativo, non a livello inventivo ma solo di esecuzione, rispetto alle Storie di Isacco e fino al ciclo delle Storie di San Francesco.
Per impartire un ordine cronologico agli affreschi è stato spesso seguito lo spostamento logico delle impalcature, dall’alto verso il basso, onde per cui i primi affreschi di Giotto, dopo le Storie di Isacco, sarebbero da identificare in quelli della prima campata dove è raffigurata la Volta dei Dottori.
Gioca a favore di questa successione temporale anche l’impostazione spaziale di questi ultimi affreschi, i quali pur non rispondendo alle regole della prospettiva, rivelano comunque una legge di convergenza verso il centro delle vele. Tutto ciò dimostra come dietro alla Volta dei Dottori ci sia stata una mente innovatrice, che sperimentava e si poneva sempre nuovi problemi, cercando, ovviamente, di risolverli.
L’unico aiuto cui si riesce a dare oggi un nome, quasi con certezza, è il senese Mimmo di Filippuccio, al quale si riconosce, senza ombra di dubbio, una partecipazione consistente nell’esecuzione della Volta dei Dottori, nel relativo sottarco e nella Pentecoste.
Tutto ciò ci porta, in maniera logica, alle soglie dell’altra grande opera di Giotto all’interno della basilica: le Storie di San Francesco, che illustrano la leggenda francescana.
Anche in questo caso l’attribuzione dell’opera a Giotto ha scatenato l’opposizione di parte della critica, che oltretutto non è ancora cessata.
Esistono però numerose imitazioni del ciclo assisiate nella pittura del primo Trecento e ciò rende più facile l’attribuzione del ciclo a Giotto poiché diventa difficile pensare che a quel tempo potesse operare accanto al fiorentino un altro grande maestro geniale e innovatore almeno quanto Giotto stesso.
Alla luce di questi fatti non sembra che esistano ragioni valide per rifiutare la tradizione, tramandataci dal Vasari, secondo cui il committente delle Storie di San Francesco sarebbe stato Giovanni da Murro, Generale dei Francescani dal 1296 al 1305.
Per quanto riguarda la durata dei lavori possiamo rifarci a un recente rilevamento in cui si è stabilito che sono occorse 272 “giornate” di lavoro, che stanno per 272 pezzi di intonaco “a fresco” stesi durante tutto il ciclo dei lavori. Dagli stessi rilevamenti è stato possibile identificare la successione in cui furono eseguiti gli affreschi, confermando l’ordine della narrazione della leggenda, ad eccezione del primo che, per elementi stilistici, è stato molto probabilmente l’ultimo ad essere eseguito.

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