FRANCESCO DI GIORGIO
CENTURIES OF INCOMPREHENSIONS - SECOLI DI INCOMPRENSIONI

TESTO DI ROBERTO MARINI 

HP        
Prologo

Gli studi su Francesco di Giorgio [Martini], pittore, scultore e architetto senese del Quattrocento (1439-1501), fanno venire in mente certe indagini poliziesche che seguono delle piste scelte con indomabile sicurezza, di solito in base alle competenze o preferenze dell’investigatore, in cui delle prove vengono alterate, altre scompaiono e altre ancora, troppo evidenti, vengono semplicemente dichiarate false. Un esperto di pittura rinascimentale lo dichiarerà pittore, con qualche escursione nell’architettura; uno studioso di architettura ne leggerà i dipinti per
cogliervi le citazioni di monumenti antichi o i progetti di chiese e palazzi;
un erudito in storia di architettura militare, come il suo primo
biografo Carlo Promis, parlerà delle sue rocche fortificate.
La cosa spiacevole è che ognuno, per sostenere il suo taglio critico, sentirà il bisogno di sminuire l’attività di Francesco di Giorgio che esula dal suo orizzonte d’interesse. Chi lo vede come architetto dirà che i suoi dipinti sono spigolosi e debitori nei confronti di molti maestri, e stenderà un velo sulla sua produzione scultorea, mentre chi lo considera soprattutto pittore gli toglierà la paternità di architetture importanti per lasciarla piuttosto ad artisti avvolti nel mistero. Così, come per i delitti fino alla fine dei gialli, restano in circolazione opere alla ricerca di un autore.
Una precisazione, prima di cominciare: la questione del nome. Il “Martini” messo tra parentesi si può eliminare, anche se questo significa andare contro un uso entrato senza più rimedio nei testi di storia dell’arte e in nobili enciclopedie. Il Registro dei battezzati, conservato nell’archivio di Stato di Siena, recita così: “Franciescho Maurizio di Giorgio di Martino pollaiolo si battezzò a’ di XXIII di settembre, fu chommare monna Gemma di Bindo Tosini da Brolio.”
L’aggiunta del cognome Martini è contraria alle usanze, e non giustificata dalle firme dell’artista né da documenti dell’epoca. Useremo quindi la dizione breve, in buona compagnia con la scuola inglese (primo fra tutti J. Pope-Hennessy), ma avvertiamo che per trovare notizie su Francesco di Giorgio è opportuno cercare sotto la lettera M.
Per analizzare la fortuna o sfortuna critica di Francesco di Giorgio torna utile l’opera dell’architetto Carlo Promis, citato poco sopra, perché ha lasciato parole esemplari quanto a misconoscimento e che rappresentano bene l’atteggiamento a senso unico (alternato, diremmo) di cui è stato vittima l’artista senese. Inoltre Promis ha esercitato una duratura influenza sugli studiosi successivi: lo si ritrova citato e preso per buono ancora in saggi recenti. Dando meritoriamente alle stampe nel 1841, dopo quattro secoli di oblio, il Trattato d’Architettura civile e militare di Francesco di Giorgio, ritenne utile farsene biografo e critico, ma usando i parametri propri della sua specializzazione in storia delle fortificazioni. “Additerò, anziché sviscerarle, le opere che il nostro Cecco condusse in pittura, in bronzo, in marmo; ma non potrò consentire nella infinita quantità di edifici civili che da’ suoi concittadini gli vengono apposti. Né perciò scemerà il suo merito, il quale ha vera base nelle sue opere militari, nel trattato suo e nel codice di disegni ne’ quali pose le fondamenta della moderna arte di fortificare.” Così la prima biografia di “Cecco” iniziava con un’impostazione dichiaratamente partigiana. Sull’attività pittorica, un giudizio sintetico: “Dirò tuttavia che Francesco non è pittor di grido, quantunque le sue tavole per copia non sian poche, ma in esse povera è la composizione, difetto del tempo, il colorito smorto, ed il rilievo quasi nullo: non gli si appongono errori, ma non gli si trovano pregi.” Per la scultura, due righe di silenzio: “Più tardi, cessando dal compasso, fecesi plastico e fonditore e cesellatore di bronzi.” Parlando dell’architettura non militare, la stroncatura è quasi totale: “Di edifici civili a lui altro con certezza non puossi attribuire fuorché la stalla che costrusse pel Duca d’Urbino, non so in qual città, ma certamente non nel palazzo d’Urbino stessa.” Poi, in mezzo a dotte dissertazioni sull’arte di fortificare, una sconcertante confessione: “non avendo percorse tutte quelle province” Promis non conosceva Siena, Cortona e probabilmente nemmeno Urbino, e la chiesa della Madonna delle Grazie al Calcinaio l’aveva vista solo su disegno. Alle verifiche sul campo, evidentemente, si preferiva allora la consultazione degli archivi, visto che già l’abate Luigi Lanzi nel 1795 scriveva a proposito dell’“architetto celebre” Francesco di Giorgio: “Fu anche buono scultore secondo l’uso di quei tempi di non disgiungere le tre belle arti sorelle, e fu pittore, ma di poco grido.” Mentre Ettore Romagnoli così commentava la Natività nel 1835: “Il fare è secchino… come lo erano le pitture fatte intorno alla metà del secolo XV.” Trovati dei precursori a Promis, va detto che ebbe anche dei seguaci. Cavalcaselle e Crowe (1902) giudicano le figure dipinte da Francesco di Giorgio “sparute, senili e angolose, con mosse rese in modo sgraziato, e spesso pomposamente affettato… Il tono è freddo, senza rilievo, liscio, e grigio nelle ombre…” Per finire questa rassegna di denigrazioni, ecco che nel 1902, celebrando in Siena il quarto centenario della morte dell’artista, la Commissione Senese di Storia Patria ricordava come i “dotti studi e le ricerche del Promis, del Milanesi… e di altri hanno oggi posto nel suo aspetto più vero la figura di quest’uomo: l’artista ci ha forse un po’ scapitato ma ci han molto guadagnato lo studioso e lo scienziato.”
Da allora qualcosa è cambiato nella valutazione complessiva dell’opera di Francesco di Giorgio, ma ancora nel 1987 si poteva leggere in Francesco di Giorgio Martini – Pittore e scultore, di Ralph Toledano, che la sua fama di architetto era dovuta all’alta stima attribuita all’architettura in sé, all’aura di umanista che si era conquistato scrivendo il Trattato, e a qualche errore del Vasari che tra l’altro gli aveva erroneamente attribuito il Palazzo Ducale di Urbino; mentre “le specialità tecniche in cui Francesco era divenuto maestro sono legate a questioni d’igiene (acquedotti), sicurezza (bastioni) e sopravvivenza (fortificazioni). Si pensi all’importanza di un bastione di campagna in una penisola divisa in stati rivali delimitati da scarse frontiere naturali.” In realtà il senese Francesco di Giorgio era conteso, come architetto, da Milano, Napoli, Urbino, Pavia, Roma, Cortona e Lucca; e sarebbe lunghissima l’esposizione degli attestati di stima da lui raccolti, definito “mio dilettissimo architecto” da Federico d’Urbino, “architetectorem egregium” dagli Anziani della Repubblica di Lucca, e “nobilis in architectura vir” da Gian Galeazzo Sforza nella lettera con cui ringrazia la Signoria di Siena per avergli concesso di servirsi della sua consulenza. In effetti, ha notato qualcuno, la sua opera come pittore e scultore sarebbe stata giudicata molto più favorevolmente se non fosse stata offuscata da una grande fama come architetto e ingegnere civile e militare.

HP        

Prologue

The studies on Francesco di Giorgio (Martini), a painter, sculptor and architect remind us of certain police investigations, which follow their chosen path with ungovernable confidence. These are usually based on competence or the investigator’s preference, where the evidence is changed or disappears, whilst some of it, perhaps that which is too evident, is simply declared as being false. An expert in Renaissance art declares him to be a painter with some experience in architecture; an expert in architecture considers the paintings with a view to collecting citations of ancient monuments or the projects for churches or palaces.
A scholar of the history of military architecture, and its firstbiographer, Carlo Promis, talk of his fortifications.

The unpleasant thing is that each one feels the
need to criticise the work of Francesco di Giorgio in order to sustain his type of criticism, exiling it from his horizon of interest. Those who see him as an architect would say that his paintings are sharp-edged and that he is in debt in comparison to other artists, extending a thin veil over his sculptural activities.
There are those who, considering him to be, above all, a painter would relinquish his important architectural paternity in order to leave it to those artists shrouded
in mystery.
Consequently, before considering the question of his name, “Martini”, placed in brackets, may be eliminated, even if this means going against the habit whic is a firm part of the History of Art books and many noble encyclopaedias.

The baptismal records in Siena state that “Franciescho Maurizio di Giorgio, chicken seller, was baptised on the 23rd September, the godmother was Gemma of Bindo Tosini of Broli
.
Addition of the surname Martini was contrary to the custom and did not justify the artists’ signature on documents of the time. We will, therefore, use the shortened version in line with the English school (mainly J.Pope-Hennessy), but to find information about Francesco di Giorgio it is better to search under the letter M.
In order to analyse the fortunate or unfortunate criticism of Francesco di Giorgio it is better to turn to the work of the above-mentioned architect Carlo Promis. It has left exemplary words as well as misunderstanding which clearly describe the one-way or alternate attitude of which the Senese artist was a victim. Promis also exercised a lengthy influence on successive studies but he has also been favourably mentioned in recent essays. Printed in 1841, after four centuries of oblivion, the Treatise on Civil and Military Architecture by Francesco di Giorgio is considered useful as a biography and criticism, but only using his own parameters as a specialist in the history of fortification. “I will point out, even dissect, the works that our Cecco has carried out in paints, bronze, marble but not the infinite quantity of civil buildings constructed for his fellow citizens.”
Without diminishing his merit, which is based on his military works, in his treatise and in the codices of his designs are placed the fundamentals of the modern art of fortification. In this way the first biographer of “Cecco” began with a declared partisan statement. Let me put forward a synthetic judgement concerning his pictorial activity:  “I must say that Francesco is not a fashionable painter, even though he has painted many canvases but the composition is weak, altered by time, the colour faded, and the relief is almost inexistent. We do not recognise the defects but neither do we find the merits.” With regard to the sculpture, two lines of silence:  “Later, without the compass, making it plastic, fluid, carved in bronze.” Speaking of non-military architecture, the harsh criticism is almost total: Of all the civil buildings only the stables built for the Duke of Urbino may be with certainty attributed to him. I do not know in which city but certainly not in the Urbino Palace. Then, in the middle of these learned dissertations on the art of fortifications appears a disconcerting confession: “Not having travelled through those provinces.” Promis had visited neither Siena nor Cortina and probably not even Urbino or the church of the Madonna delle Grazie at Calcinaio. He had only seen a picture. He obviously preferred consulting the archives to visiting the site. Abbot Luigi Lanzi in 1795 wrote to him with regard to the “famous architect” Francesco di Giorgio: “He was also a fine sculptor according to the custom of the times, which did not distinguish between the three fine arts, as well as a painter, but not famous.” Ettore Romagnoli commented on the Nativity in 1835: “The affair was restricted as were the canvases painted around the middle of the 15th century.” Having found Promis’s predecessors, we must say that there are also those who come after him. Cavalcaselle and Crowe (1902) judge the figures painted by Francesco di Giorgio as: “haggard, old and angled, with ungracious movements and often pompously affected. The tone is cold, without relief, flat and grey in the shadows.” In order to end this collection of denigration, here we are in 1902, celebrating in Siena the fourth centenary of the death of the artist. The Senese Commission of National History remembers him for his “learned studies and the research by Promis, the Milanese and others who have placed this man in his true setting: the artist has slightly lost us but the scholar and the scientist have gained much.”
Something then changed in the complex evaluation of the works of Francesco di Giorgio. In 1987 it was once again possible to read in “Francesco di Giorgio Martini, Painter and Sculptor”, by Ralph Toledano, that his fame as an architect was due to the high esteem attributed to architecture itself, to his popularity as a humanist, which he had acquired by writing the Treatise and also to some of Vasari’s errors, one of which was to wrongly attribute the Ducal Palace in Urbino. In it the “technical” specialities in which Francesco had become a master were linked to questions of hygiene (aqueducts), safety (ramparts)  and survival (fortifications). People believed in the importance of a country bastion in a peninsula divided into rival states, limited by few natural frontiers. “As a matter of fact, the Senese Francesco di Giorgio was appreciated as an architect in Milan, Naples, Urbino, Pavia, Rome, Cortona and Lucca. He collected a long list of commendations, including one from Federico of Urbino, who called him “my beloved architect”, the elders of the Republic of Lucca who referred to him as “architetectorem egregium” and Gian Galeazzo Sfroza, who in his letter thanking the Lords of Siena for having allowed him to offer his services, names him “nobilis in architectura vir”. It has been noted that his work as a painter and sculptor would have been judged more favourably if it had not been overshadowed by his great fame as an architect and civil and military engineer.