Testo e immagini:    www.sansalvaro.org             


La struttura

A qualche chilometro dalla strada statale che porta a Legnago, si trova questa chiesetta in stile romanico risalente quindi al XII secolo. La chiesa è a pianta rettangolare, triabsidata, a tre piani e leggermente asimmetrica verso destra.

Nell’interno si presenta tutta nella sua spaziosità, la navata centrale risulta separata da quelle laterali grazie al sistema di colonne da entrambe le parti, inoltre un vano di scale divide, il presbiterio dalla zona dei fedeli, e un altro vano conduce alla cripta sottostante il presbiterio.

All’esterno, si può notare che la muratura è tutta in cotto; alternata da mattoni sottili o grossi, con qualche filare di conci di tufo. La parte della chiesa rimasta originale, risulta essere la zona absidale e la cripta sotterranea, quella più nuova, è senza dubbio la facciata, rifatta quasi completamente, mentre il campanile è del 1914, ossia qualche anno dopo la fine dei restauri operati da Don Trecca all’inizio del secolo.

I problemi della fondazione e della datazione

La basilica romanica di San Salvaro, così chiamata perché dedicata al Cristo Salvatore, sorge a San Pietro di Legnago, a destra Adige, al di fuori del centro.lo lo sviluppo recente degli insediamenti ha inglobato l’edificio nel tessuto urbano. Secondo gli studi del prof. Renato Sandrini, essa rappresenta la ricostruzione di una preesistente chiesetta che risalirebbe al VI secolo, sorta, a sua volta, su un tempietto pagano locale. Pare l’abbia voluta la contessa Matilde di Canossa, potente vassalla con ampi territori in Verona e nel Veronese, famosa per l’ospitalità concessa al papa Gregorio VII durante la lotta per le investiture. Ciò si può affermare con una certa tranquillità perché: Matilde di Canossa si era già segnalata come fondatrice di chiese. Nella immediata periferia di Cerea, dove possedeva un feudo fortificato, fece innalzare una chiesa dedicata a San Zeno. Nelle formelle minori del portale di San Zeno di Verona, definito “Porta del Paradiso”, appare l’effige della “Gran Contessa”, che donò beni all’abazia benedettina del Santo, assieme al marito Goffredo. Il più rassicurante elemento che ci spinge a pensare che fu la potente vassalla a dare impulso alla chiesa di San Salvaro, è costituito da un’iscrizione che compare sulla parete orientale dell’edificio “CONTESA/MATELDA/HOC OP FF/III77DIC”: la contessa Matilde fece fare quest’opera nel 1117.
Sorge ora un problema: la data 1117 con riferimento a Matilde di Canossa non può essere accettata in pieno, essendo la contessa già morta da due anni. Tutta la critica dell’arte è propensa, tuttavia, a collocarne la datazione attorno a quest’epoca.

Caratteristiche esterne

L’edificio presenta per la prima volta nel teritorio tutti gli elementi dell’arte romanica matura, nella sua specificazione veronese: la pianta a tre navate, l’ampio giro delle absidi spaziose, la mancanza di elementi chiaroscurali e di giochi di sporgenze e di rientranze e, quindi, il distendersi liscio ed uniforme delle pareti.

I materiali e la tecnica di costruzione

Il materiale di costruzione, in prevalenza, è il cotto, che dà all’edificio un colore caldo. Ciò significa che è stata recuperata la tecnica per impastare e cuocere l’argilla, che l’alto medioevo aveva dimenticato assieme all’architettura romana e ai mezzi che questa aveva usato per sfidare il tempo, ripiegando per lunghi secoli su materiale di recupero o sul ciottolo che l’Adige e altri fiumi potevano offrire. Vedi, in Verona, le mura volute da Galieno.

In San Salvaro compare anche la pietra tufacea della quale le nostre colline fornivano cave che sono state sfruttate, a partire dall’età comunale (XII secolo), per lunghi secoli ancora.
Si traevano così dei “conci” che venivano posti in opera con scarso impiego di calce. Appare anche inserito il ciottolo del fiume Adige disposto a filari e legato da consistenti strati di malta.

Gli uomini che hanno costruito la chiesa

Questi impieghi di materiali per l’epoca erano molto costosi e hanno fatto ipotizzare la presenza di una “scuola” di maestranze locali. Si somigliano, infatti, le chiese di San Salvaro, San Zeno di Cerea, Bastia a Isola della Scala, Santa Maria di Bonavigo, San Pietro di Bevilacqua. Non siamo riusciti ad individuare precisamente il nome degli artefici di San Salvaro. Essi non lasciarono il loro nome sulle pareti del manufatto, come accade per Guariento, Cebizzo ed Anno nel monastero della Bastia a Isola della Scala. Tuttavia ci interessa ricostruire la loro fisionomia, la loro spiritualità, quali idee li ispiravano, le tappe della loro tecnica: come lavorarono le mani che costruirono le cattedrali.

Gli artefici delle chiese medioevali – ci informano gli studiosi – non facevano parte di una privilegiata cerchia di artisti, come attualmente gli scultori o gli architetti di grido. Erano piuttosto degli artigiani dotati di genio, che imparavano l’arte di tagliare le pietre e di edificare, facendo gli apprendisti presso un maestro di bottega. Andavano di cantiere in cantiere per imparare. Non venivano ancora designati con il termine dotto di architetti: si diceva “maestro d’opera” o, semplicemente, “mastro”; tanto, a quell’epoca la differenza tra artigiano ed artista era inesistente, il rispetto del lavoro manuale andava di pari passo con la più alta ispirazione artistica.

Ci siamo chiesti come questi uomini si siano procurate tali conoscenze. Esse non venivano insegnate nelle università, e non c’è traccia di qualche scuola di belle arti. La vera formazione doveva farsi presso un maestro che, agli inizi, faceva fare ai giovani i lavori più umili: portare la secchia della calcina, poi li iniziava al taglio e alla squadratura delle pietre, infine ai difficili calcoli delle volte. Grandi viaggi, veri giri d’Europa dovevano completare la formazione dei nuovi maestri. Ciò si verificò con una certa sicurezza anche per i maestri di San Salvaro che furono attivi in Lombardia......
.....Per questo non si inorgoglivano della loro arte ed era per loro indifferente apporre la propria firma sui muri di una basilica. Ecco perché la chiesa è “anonima”.

La struttura dell’edificio

...Anche la struttura dell’edificio è istruttiva. La chiesa è divisa in tre navate da semplici pilastri in muratura che sostengono ampie ghiere ad arco a pieno sesto anch’esse in cotto. Semplici, solide, queste navate della tradizione romanica suscitano una impressione di calma e di potenza, che è caratteristica di questo stile. La navata centrale tende ad allargarsi ed elevarsi; all’esterno la delimitano due contrafforti, anch’essi tipici caratteri veronesi, che danno alla facciata a salienti un aspetto di sovrana maestà. All’interno gli archi sono sei per lato, sempre secondo una modalità tipica della zona veronese. La chiesa si apre, come abbiamo già detto, verso est con tre ampie absidi di cui la maggiore è sostenuta da un doppio arco trionfale.

Asimmetria della pianta

La pianta, a croce latina, priva di transetto, risulta asimmetrica.... 
...probabilmente l’irregolarità è dovuta alla conformazione del terreno e all’assenza di un progetto di costruzione ben definito.

Suddivisione interna

L’interno è diviso in tre parti: la plebana, il grande spazio riservato ai fedeli; la cripta, dove sono custoditi i sepolcri; il presbiterio, rialzato rispetto al piano delle navate, dove si svolgono i riti come su di un palcoscenico. Tale suddivisione è espressione delle tre chiese simboliche: la Militante, la Purgante, la Trionfante. E’ proprio questo il senso dell’edificio: esporre le correlazioni tra la terra e il cielo, tra il tempo e l’eternità, riprodurre all’interno della scenografia architettonica il cammino dell’umanità verso la fine del mondo...

Il sistema di illuminazione

Il sistema di illuminazione si avvale di una serie di monofore; esse si trovano in facciata, una al centro di ciascuna delle absidi, le altre sulle pareti laterali di ciascuna navata. La facciata un tempo portava due finestre, attualmente ridotte e un rosone sostituito da una bifora durante il restauro...

La produzione pittorica

Le pareti, che ora noi vediamo nude, furono addobbate da chi le sistemò. Sui muri piazzarono rilievi, dipinsero affreschi, spiegando la creazione, raccontando delle storie tratte dalla vita dei santi, dai vangeli, come si può ancora ammirare nella chiesa veronese di Santa Maria a Gazzo Veronese, dove, nell’abside di sinistra in cui si innesta il campanile, sono ben distinguibili i volti di San Benedetto e di Santa Scolastica, fondatori dei due rami, maschile e femminile, dell’ordine che officiava la chiesa.

 

Ciò accade coerentemente a un’arte che deve parlare a un popolo in gran parte analfabeta: ecco, dunque, tutte unite nelle chiese raffigurazioni religiose e non: i lavori agricoli, i mestieri artigiani, come nelle formelle del portale di san Zeno di Verona; storie fantastiche di guerrieri favole, mostri; giudizi universali, diavoli che avevano il compito di dissuadere dal male e di indirizzare alla salvezza.

In San Salvaro ben poco si è conservato della ornamentazione medioevale a causa del deterioramento subito dal tempo. Nella chiesa superiore, cioè nel presbiterio, troviamo due affreschi: il pilastro del lato destro presenta una madonna con Bambino; nel secondo pilastro si scorge la traccia del viso del Salvatore e qualche lettera di iscizione dedicatoria. Don Trecca ci dà notizia di altri affreschi che ornavano la chiesa, oggi però illeggibili. Poco visibili sono anche i quadri del XVII – XVIII sec. della Madonna e Sante e Apparizione di Cristo a San Tommaso della parete a sinistra e S. Eurosia della parete di destra di cui Renato Sandrini ci diede precisa descrizione quando erano meglio conservati.

Il primo quadro della Madonna e Sante rappresenta la Vergine col Bambino in braccio, in alto molti angeli tra nuvole di gloria. In basso dominano quattro sante: S. Apollonia, S. Lucia, le altre due figure non sono più identificabili, ma dai documenti d’archivio si apprende che sono: S. Agata, protettrice dai terremoti e S. Caterina. L’autore non ci è noto, ma lo stile è riconducibile alla produzione veronese del secolo XVII. Accanto a questa tela ne figura un’altra: l’apparizione di Gesù Cristo a San Tommaso. 
Il Cristo domina il campo con una figura imponente; con la destra alza la tunica e scopre il costato. Il capo, di profilo, ricoperto di barba, ritrae il Cristo in atteggiamento turbato per l’incredulità dell’apostolo che induce a sperimentare la realtà. Lo spazio è occupato da figure incomplete di altri apostoli. Anche quest’opera è di autore ignoto. Il quadro di S. Eurosia è situato nella parete destra ed è anch’esso anonimo. S. Eurosia deve la diffusione del suo culto all’amministrazione franca. la santa è una martire francese morta durante un’imboscata in una gola dei Pirenei spagnolio, nell’807, all’età di 16 anni, per mano dei Turchi. Subì il taglio delle mani per essersi difesa dalla violenza del capo banda turco. Il suo culto si è conservato perché al momento della sua morte, dopo una tempesta, il cielo divenne limpido e sereno. E’ invocata contro le calamità atmosferiche.

La produzione scultorea

Appoggiati alla parete perimetrale sinistra, vicino alla porta laterale, troviamo due bassorilievi: La Samaritana al pozzo e Gesù e l’adultera. Su di essi non abbiamo notizie sicure, né sappiamo se appartenessero alla chiesa sin dalla fondazione. Altrettanto incerta è la provenienza dell’avello in marmo rosso sempre appoggiato alla parete di sinistra (m. 1,17×0,37×0,41). La parete frontale è ripartita in tre riquadri: quello centrale rappresenta uno stemma nobiliare, quelli laterali un sole raggiante. Questi due ultimi elementi ci inducono a supporre di trovarci di fronte a raffigurazioni di un rito astrale, orientaleggiante, diffusosi verso il IV – V secolo, mentre, al contrario, lo stemma centrale sembra quattrocentesco. Secondo alcuni studiosi proviene da Engazzà di Verona. La sua destinazione probabilmente era funeraria: forse raccoglieva, date le misure, le spoglie di un bambino o elementi scheletrici sparsi. E’ comunque impossibile trarre delle conclusioni: ancora una volta ci troviamo sul terreno scivoloso delle ipotesi.





Il presbiterio

Saliamo ora nella parte superiore della chiesa. Il presbiterio è notevolmente sopraelevato rispetto alla parte plebana, a simboleggiare il ruolo di prestigio degli ecclesiastici che, all’interno della società medioevale, detenevano gli strumenti della cultura, della scienza, della salvezza.
 



....Al centro della trave iconostatica, dove ora è posto il grande crocefisso del XX secolo, di Antonio Righetti, già dall’origine della chiesa c’era una statua di Cristo. Di essa esiste tuttora la testa, murata nel vano della porta meridionale. La statua si ridusse ai resti attuali frantumandosi a terra. Senza dubbio anche in epoca moderna è il Cristo al centro dell’episodio della trasfigurazione, opera del veronese Daniele Da Pozzo ultimato nel 1539, che occupa il catino dell’abside centrale. Dei quindici santi e profeti che assistono alla trasfigurazione, rappresentati in altrettanti medaglioni, ricordiamo quelli più legati alla sensibilità religiosa locale: San Zeno, patrono di Verona; i SS. Fermo e Rustico; S. Toscana, fondatrice di un ospedale veronese; S. Valeriano in relazione con S. Martino, titolare della Pieve, cioè della chiesa “madre” di Legnago. Non potevano mancare S. Francesco e S. Antonio.

La cripta


Dalla chiesa trionfante del Presbiterio scendiamo ora nella chiesa purgante della cripta. Essa è la parte più interessante; nel territorio veronese si trova soltanto qui e nella abbazia di San Bonifacio. Corre sotto le tre navate: si tratta di una complessa ed articolata cripta triabsidata che testimonia un’ottima e raffinata tecnica costruttiva. Per questi motivi è più preziosa in quanto frutto delle abilissime maestranze di cui abbiamo parlato prima. E’ coperta da volte a crociera ed è divisa in quattro navate da tre pilastri quadrati, sormontati da capitelli cubici con gli angoli smussati, mentre altri semipilastri sono addossati alla parete di fondo, alle pareti laterali e nella parte di terminazione dell’abside. La particolarità di queste volte è di essere tutte impostate su pianta quadrata, salvo quella che precede l’abside maggiore, impostata su una pianta triangolare. Fiancheggiano l’abside maggiore, sostenendo una calotta a botte, due bellissime colonne scanalate con capitelli corinzi, di origine romana, che probabilmente testimoniano sul luogo la presenza di antichi monumenti.

L’abitudine di attingere ai preesistenti edifici romani come a cave di materiali “riciclabili” è dimostrata dalla presenza di una testa romana in marmo posta nel presbiterio sopra la lapide degli offerenti. Ma quale funzione aveva la cripta? Essa ricordava le esperienze di clandestinità sotterranea della chiesa cristiana nascente; la catacomba che accoglieva i sepolcri dei santi, dei benefattori, dei defunti illustri: la custodia delle reliquie dei santi. Una delle sue funzioni principali era di mantenere vivo il rapporto con gli estinti, di favorire la comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei defunti. 

Questi erano di monito e di esempio. Non esistono, almeno attualmente, le reliquie di San Salvaro. La devozione popolare medioevale è ben documentata dall’immagine della Madonna della Misericordia: l’influenza della Vergine si ampliò, infatti, durante gli ultimi secolli del medioevo; la Divina Madre fu rappresentata nell’arte in atto di porgere o vezzeggiare il Bambino, di sorridere alle folle adoranti, o, come qui, di accogliere misericordiosa le preghiere dei supplici. Si tratta di un’immagine trecentesca, completamente rifatta nel 1927, riproducendo l’originale. La vergine è in atto di stendere le braccia e di accogliere sotto il suo manto quattro disciplinati, inginocchiati con i flagelli e le croci sotto i suoi piedi. L’affresco non rispetta le proporzioni delle figure.

Veniamo ora a contatto con figure nuove: i “flagellanti o disciplinati”, laici che sfilavano nelle vie delle città percuotendosi con bastoni e verghe, invocando pietà e perdono, devolvendo parte dei loro beni ai poveri, chiedendo la fine della collera divina. Essi segnano una tappa fondamentale nella vita religiosa popolare che comporta nel XIII secolo una presenza attiva e collettiva delle masse che si organizzano in associazioni di grande diffusione e di grande successo. Pianta della cripta A Legnago, infatti, probabilmente verso la metà del Duecento, venne costruita la chiesa della Disciplina. In essa i Disciplinati si radunavano per le loro pratiche religiose. Anche Porto aveva la sua chiesa della Disciplina, forse contemporanea a quella di Legnago. A San Salvaro la confraternita era ospitata nella cripta [e nella casa accanto alla chiesa, oggi restaurata e diventata casa di spiritualità e, per un certo periodo, gestì la chiesa. La Bassa veronese si dimostra, dunque, polo assai fervido, per nulla periferico quanto a creatività artistica e vitalità religiosa rispetto alla città.

Il restauro

Una singolare figura di curato, storico e architetto, don Giuseppe Trecca si inserisce all’inizio del secolo XX° nella vicenda di San Salvaro dando corso a pesanti rifacimenti e ripristini che ne mutarono in parte la fisionomia, come sostiene la Flores D’Arcais riferendosi, in particolare, al rifacimento del campanile.


Egli, constatando lo stato di abbandono in cui versava la chiesa, agì documentando e giustificando il suo operato in un opuscoletto del 1917 “San Salvaro e i suoi restauri”, dove testualmente sostiene:” …le chiese non sono musei e prima che all’arte devono servire al culto e al popolo … né si chiami falsificazione … Rispettiamo tutto ciò che c’era di vecchio: possibile che sia proprio passata l’ora l’ora di aggiungere qualcosa di nuovo? S. Salvaro non è la rivelazione … Né ci pare profanazione o mistificazione”.

In passato, dunque, si sosteneva che il restauro migliorasse la situazione di un documento, riportandolo magari allo stato di progetto. Era legittimo, se in fase di costruzione non fosse stato completo, completarlo, cercando di interpretare lo stile e l’idea creativa del progettista. Oggi invece si domanda ad un ideale intervento di restauro la stabilizzazione dello stato dell’oggetto che eviti o rinvii nel tempo il ricorso all’intervento massicccio: cioè il rifacimento. In realtà qualsiasi intervento di restauro, anche quello conservativo – preventivo, produce una alterazione dello stato dell’oggetto sul quale esso si verifica. Don Trecca era però abbastanza sereno, sicuro della bontà della sua opera: d’altra parte la scienza del restauro non era ancora arrivata alla problematizzazione e alle raffinatezze tecnologiche attuali. 
Inizò nel 1903, aiutato, in un primo momento, dai ragazzi della scuola elementare, facendo scavare la cripta, interrata nel 1600 perché recava umidità nella parte superiore: probabilmente l’intervento secentesco peggiorò la situazione già precaria. L’altare addossato all’immagine della Madonna della Misericordia fu riportato al suo posto originario nella nicchia riservata all’offertorio. L’affresco della Vergine riapparve nella sua completezza dopo tre secoli di oblìo e fu ritoccata una prima volta l’anno dopo.

Raccolse l’acqua che trasudava dalle mura nei due rammi dell’acquedotto sotterraneo che scola nel fosso accanto alla strada per Vangadizza. E’ forse questo il labile appiglio sul quale la fantasia popolare ha ricamato la leggenda di un tunnel segreto che doveva condurre, a seconda delle diverse versioni, a Vangadizza, in Bragadina, e di cui si sarebbero serviti perseguitati, prigionieri in fuga, partigiani. Decise di ripristinare la parte superiore sistemando il tetto in parte rovinato. Ma, come spesso accade, mancavano i fondi. L’intraprendente sacerdote iniziò un’opera di sensibilizzazione organizzando cori di ragazzi, lotterie: raccolse 716,45 lire. Sostituì le travi con materiale di larice più robusto, all’interno, come risulta dal confronto tra i disegni delle piantine, tolse alcuni altari e risistemò, alzandola, la gradinata che conduce al Presbiterio.


“Atterrò il campanile che ingombrava la facciata e il primo arco internamente”. (Il restauro …p.19).
 E’ questo l’intervento più drastico. Don Trecca fece demolire la torre campanaria seicentesca che si inseriva nella navata laterale destra. Nel 1914 sul lato sinistro dell’edificio fece costruire un campanile a fascie bicolori sul modello di quelli veronesi del Duecento. Purtroppo non si era nuovi a questo tipo di intervento massiccio e dirompente: anche la vicina Chiesa di San Zeno di Cerea fu “restaurata” nel 1910 e, in questo lavoro, fu innalzata la navata centrale, diventando così, da facciata a capanna, tipica della zona della Bassa, facciata a salienti. Alla costruzione del campanile è legata un’altra pittoresca leggenda, o, forse, un episodio realmente accaduto ma confuso nella mente dei testimoni quanto ai tempi e alle modalità degli avvenimenti. Si narra che, al fine di reperire denaro per costruire il campanile, don Trecca e alcuni suoi collaboratori dissero di aver trovato nelle campagne di Torretta un coccodrillo. Recintarono un prato, vi rinchiusero un animale in realtà di cartapesta o prestato da qualche museo naturale, e fecero pagare un obolo “pro campanile” a chi, incuriosito, desiderava vederlo, naturalmente da lontano. Altri sostengono che, per vedere il rettile ritrovato nella cripta, si pagava il contributo di un mattone. Altri … Gli episodi sono certo gustosi e divertenti e testimoniano l’ingegnosità e l’inventiva di alcuni … e l’ingenuità di altri. Anche la facciata fu rimaneggiata “senza traccia e quindi per induzione” mettendo una cornice che pareva “consona”, inserendo la bifora e stringendo la finestra. I rifacimenti non stravolsero San Salvaro che rimane, con le parole di Flores d’Arcais “il primo esempio nel territorio di un edificio che riveli il lessico romanico maturo”.

   

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Ringraziamo per il permesso di riprodurre testo e immagini:  www.sansalvaro.org