PIEVE DI SAN PANCRAZIO  (Montichiari – prov. Brescia)

   
pianta   portale sud   facciata
1  
fianco sud   iscrizione   area absidale 1
   
abside centrale - particolare   testina   area absidale 2

Le prime fonti documentarie relative alla pieve di S. Pancrazio di Montichiari risalgono al XII secolo (bolle papali di Innocenzo II del 1140, di Alessandro III del 1177 e di papa Lucio III del 1185). “Dalla pieve di S. Pancrazio dipendevano diverse chiese minori sparse nell’entroterra morenico del Garda e nella pianura a sud dell’abitato”. All’interno della circoscrizione della pieve erano presenti una curtis, forse d’origine altomedievale, e un castrum, in corrispondenza del quale si sviluppava il burgus superior.
L’attuale chiesa di S. Pancrazio sorge su una delle ultime propaggini collinari a sud dell’area gardesana, dominando la piana della bassa bresciana. La dedicazione a S. Pancrazio dovrebbe risalire almeno all’epoca romanica; questo santo, originario della Frigia, fu martire ancor giovane, a Roma, sotto l’imperatore Diocleziano. L’iconografia locale lo raffigura in età giovanile, in abito di legionario: effigiato a più riprese nella pieve, appare anche in sella a un cavallo, con in mano uno stendardo con croce rossa in campo bianco.

Già a partire dal XIV secolo, diversi interventi di manutenzione e restauro hanno interessato l’edificio, necessari a causa del crollo della torre campanaria che aveva causato danni alle coperture e a parte dei perimetrali della navata nord. Ancora nel
XVI-XVII secolo veniva rifatto il tetto e ampliato il presbiterio; si realizzavano anche nuovi altari laterali e venivano dipinti gli affreschi del Romanino e di Callisto da Lodi.

Nel XVIII secolo S. Pancrazio perdeva le sue funzioni di chiesa battesimale in favore della nuova chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta. L’ultima campagna di restauro (1965-1995) ha comportato il ripristino e la pulitura degli affreschi e la sistemazione degli spazi esterni. Alcuni studiosi pongono le origini dell’istituzione pievana monteclarense al V-VI secolo, con fioritura nei secoli altomedievali, fino a raggiungere il massimo splendore nel XII secolo.
Un primo edificio di culto sarebbe sorto sui resti di un insediamento d’epoca romana preesistente, creato per controllare una delle vie di comunicazione che, dalla valle del fiume Chiese, si congiungeva con la via Postumia. Pare che il primo insediamento cristiano constasse di una chiesa con annessa area cimiteriale e di ambienti per il clero, qui residenti in maniera stabile. L’attuale edificio romanico sarebbe stato costruito su questo primitivo tempio altomedievale, (oltre che su parte degli impianti di epoca romana). Secondo alcuni esperti, rimarrebbero tracce decorative d’epoca barbarica in alcuni rilievi, con nodi e motivi geometrici, riutilizzati nell’abside maggiore, e nei resti di imponenti murature scoperte durante il restauro del 1965, ancora parzialmente visibili nel sotterraneo aperto sotto l’attuale pavimentazione, sviluppata, tra l’altro, su piani posti ad altezza diversa (nella navatella nord, tra la prima e la seconda campata sono ancora visibili, coperte da una spessa lastra di vetro, possenti e profonde mura di fondamenta: in posizione diametralmente contrapposta, addossata al laterale sud, è stata recentemente realizzata una scala che conduce all’area ipogea, scavata nel 1965).
Dal raffronto dell’alzato con quello di altre chiese veronesi, quali il S. Zeno e il S. Giovanni in Valle (interessate dalla ricostruzione post terremoto e probabilmente quasi ultimate entro gli anni ’40 del XII secolo), considerate come prototipi delle strutture architettoniche adottate nella chiesa monteclarense, si può dedurre, come epoca di ricostruzione romanica l’inizio del XII secolo.
L’archivolto della porta laterale, ora murata, del longitudinale sud è decorato con motivi zoomorfi e fitomorfi che ricordano certi elementi scultorei presenti nel San Zeno e nel S. Giovanni in Valle a Verona; accostamenti stilistici sono possibili anche con certi motivi zoomorfi di carattere fantastico inseriti nelle decorazioni del portale della chiesa di S. Siro a Cemmo in Valle Camonica. Altri studiosi posticipano invece la ricostruzione romanica alla seconda metà del XII secolo, soprattutto in base alla documentazione pontificia (due bolle papali di Alessandro e Lucio).
L’attuale chiesa di S. Pancrazio si presenta a pianta basilicale, con facciata tripartita che riflette l’assetto interno diviso in tre navate, copertura a capriate, tre absidi a est, con al centro la maggiore in altezza e in larghezza. Curiosa la precisione della posizione della bifora di facciata, esattamente contrapposta alla monofora centrale dell’abside maggiore a est, di modo che, agli equinozi, verso l’ora del tramonto, sia permesso alla luce del sole, penetrando a occidente dalla bifora, di illuminare la sola monofora centrale dell’abside.

L’edificio mostra, in genere, una cura particolare nella realizzazione muraria, con l’utilizzo di larghi conci di pietra chiara ben squadrati, anche se di diversa dimensione assemblati in malta (provenienti, secondo gli esperti, dalle poco lontane cave di Mazzano e di Virle), con sporadici pezzi romani di reimpiego,
assemblati in livelli di malta di spessore variabile.

La generale omogeneità delle strutture indicherebbe un'unica fase edilizia per la facciata, i longitudinali e l’abside maggiore, anche se in presenza di ristrutturazioni intervenute in diversi periodi e per svariati motivi: inserti non inerenti all’edificio romanico sono presenti nel longitudinale sud, vicino all’area absidale, con il vano oggi adibito a canonica; nel longitudinale nord, sia nei muri dell’alzato della navatella, che di quella centrale, anche qui in prossimità dell’area absidale e interessati dal rifacimento conseguente al crollo del campanile (XIV secolo), restauri, questi, realizzati con l’impiego di mattoni; e, ancora, nelle due absidi minori, ricostruite in epoche moderne. Leggere differenze nella messa in opera dei materiali sono riscontrabili nel longitudinale sud, in quelle sezioni di muro verso occidente vicine al portale laterale, dove i conci in opera sono appena di più grezza squadratura, con il lato a vista senza interventi di lisciatura e inseriti in consistenti strati di legante. Al contrario, la sezione di muratura a est di questo portale laterale, più o meno nella zona della monofora più piccola, mostra una particolare cura realizzativa, evidente sia nel materiale impiegato, che presenta una buona lavorazione, sia nei livelli di malta inseriti tra i conci che, diversamente dalle parti basse, dove gli strati raggiungono anche i 2-3 centimetri, si riducono qui ad un centimetro o poco più.
Su questo fianco si sviluppa una vasta area cinta da un muro in ciottoli, un tempo utilizzata come cimitero e poi adattata, con l’aggiunta di un vano, ad abitazione per il custode. Sotto il soglio delle otto monofore della navata centrale, sempre del lato sud, e sopra l’attuale limite superiore del tetto della navatella, lungo tutto la lunghezza, corre una specie di cornice aggettante realizzata con grosse pietre squadrate, probabile indizio dell’originario appoggio dei tetti della navatella.
Sempre su questo lato della chiesa, tra il vano sporgente della sacrestia e l’emiciclo dell’abside meridionale, vi sono i resti di una porta (vedi foto portale sud), ora murata, che conserva nell’arco sommitale (formato da cinque monoliti in pietra bianca), una complessa decorazione a bassorilievo con scolpite una testa umana, un animale fantastico con testa felina e corpo di serpente marino (somigliante ad alcuni dei mostri scolpiti sugli stipiti e nell’architrave del portale del S. Siro di Cemmo), altre figure zoomorfe e decorazioni a motivi vegetali e floreali (secondo alcuni, questa apertura potrebbe aver fornito l’accesso all’area destinata al battistero, che doveva trovarsi fuori dall’edificio ecclesiastico, come spesso accadeva per i battisteri d’epoca romanica dell’area nord della Lombardia come Galliano, Agliate, Arsago Seprio o Oggiono. Oggi, nella chiesa parrocchiale di Montichiari, si conserva un fonte battesimale proveniente dalla pieve di S. Pancrazio che, comunque, non è quello originale di epoca medievale).
L’impressione di trovarsi di fronte ad un edificio imponente e compatto, essenziale e austero, povero di ornamenti e semplice nelle forme architettoniche, è rimarcata dall’alta facciata tripartita, spoglia di particolari decorativi di rilievo, e dallo scalone di diciassette gradini che porta all’unico ingresso sopraelevato (vedi foto facciata). Il portale è ad arco a tutto sesto senza strombatura, incorniciato da blocchi in pietra calcarea chiara.
Solo poche aperture interrompono la monotona sequenza dei corsi orizzontali di pietra chiara: sopra il portale si apre una bifora con archetti a doppia cornice e doppia colonnina centrale in pietra rosa sormontata da un capitello a gruccia privo di decorazioni; più sopra ancora è inserita una finestrella a croce. Sul fronte delle navatelle laterali sono inseriti invece due oculi con ghiera in pietra bianca (quello della navatella nord sembrerebbe restaurato, mentre quello a sud presenta segni evidenti di usura e parrebbe originale). Sull’angolo sud della facciata, poco sopra il livello del sagrato, è murato, di traverso, un concio in pietra bianca, ben squadrato di epoca romana e qui reimpiegato: esso, sul fronte verso ovest, conserva resti di una decorazione in rilievo raffigurante un vaso di edera. Strette monofore a strombo liscio e arco sommitale, prive di decorazioni, sono inserite lungo i perimetrali: otto nel muro sud (vedi foto fianco sud) e sette in quello nord della navata centrale; nei longitudinali delle navatelle, invece, le monofore sono solo cinque per lato (con le due verso est di dimensioni leggermente più piccole e strombatura meno accentuata).
I sottotetti della navata centrale, sia a nord che a sud e per tutta la lunghezza, sono marcati da una doppia cornice sporgente realizzata in pietre chiare: sotto il livello dei coppi, la prominenza è formata da una fila orizzontale di pietre squadrate poggiante sulla seconda fascia, meno sporgente, dove le pietre squadrate presentano una smussatura verso il basso.
Oltre alle finestre, altre aperture sono collocate sia nel lato lungo a nord che in quello a sud: l’ingresso a meridione (che dà sull’ex area cimiteriale), è costituito da un’ampia apertura con arco e stipiti in grosse pietre bianche probabilmente di realizzazione contemporanea alle murature perimetrali; sempre su questo longitudinale ricordiamo i resti del piccolo portale, ora murato, più verso est; sul fianco nord, la porta laterale presenta una curiosità: fra i conci in pietra bianca (forse marmo delle poco lontane cave di Botticino), usati per l’arco a tutto sesto, è stato inserito un lacerto di lapide romana con un’iscrizione (vedi foto iscrizione) che così recita:
…(Corn)ELIUS P(ublii) F(ilius)
… SIBI ET
… SELUNDAI
… ET
… CANDIDO
Accanto a questo ingresso, vicino all’area absidale, vi è oggi un finestrone semicircolare, frutto delle ricostruzioni rinascimentali e dell’adeguamento alle nuove disposizioni liturgiche, inserito in quel tratto di edificio interessato, come dicono gli studiosi, dal crollo dell’antico campanile romanico.
Gli unici aspetti decorativi visibili all’esterno sono concentrati nell’area absidale (vedi foto area absidale 1), anche se bisogna dire che questa parte dell’edificio è stata pesantemente restaurata: le due absidi minori sono infatti state ricostruite rispettando le dimensioni originali. Sembra invece intatta quella maggiore.

ABSIDE CENTRALE
Nelle parti murarie più basse dell’abside centrale sono in opera pietre di media dimensione, inframmezzate da fasce orizzontali in cotto; inoltre, ed è un elemento non troppo comune, questi inserimenti sono realizzati anche in senso verticale che suggerisce, per la ricerca del contrasto coloristico, una sorta di ispirazione veneta).
Dieci piatte lesene concluse da capitelli a mensola in pietra grigia decorati a bassorilievo con motivi di nastri intrecciati, scandiscono le superfici semicircolari (
vedi foto abside centrale part.). Alcuni attribuiscono il tipo di decorazione qui impiegata addirittura al VI-VII secolo e la considerano originariamente pertinente ad un più antico edificio e riutilizzata in quest’abside nel quadro della ricostruzione di epoca romanica. A raccordare le lesene è inserita una cornice formata da coppie di archetti rampanti ciechi monolitici in pietra calcarea bianca e grigia, sorretti da mensoline scolpite con motivi antropomorfi e floreali (in parte erosi). In buono stato di conservazione è il volto umano scolpito sulla mensola oggi quasi aderente al campanile (vedi foto testina). Sopra gli archetti si sviluppa una piccola striscia di mattoni rossi murati a dente di sega.
Oggi in questa abside sono inserite tre finestre: quella centrale è stata riaperta nel corso degli ultimi restauri e conserva le forme originali, con strombatura modanata e stretta apertura; quella a meridione, a strombatura liscia, di dimensioni diverse, è una ricostruzione conseguente al restauro del XX secolo. Quella a nord è invece quasi totalmente occlusa dalla torre campanaria.
I sottogronda del fronte della navata centrale sovrastante l’abside maggiore sono decorati da una cornice in mattoni murati a dente di sega e poco sotto da una serie di archetti ciechi rampanti realizzati in laterizio, poggianti su semplici peducci sempre in cotto. Al centro del fronte è inserita una finestra a croce, ora murata (vedi foto area absidale 2).

ABSIDI MINORI
Le absidi laterali, alterate nel XVII secolo, nel 1984 sono state riportate, per quanto è stato possibile, al presunto assetto medievale originario.
L’abside nord è quasi completamente nascosta dalla mole del campanile, costruito proprio a ridosso dell’emiciclo. Restano parzialmente visibili tre lesene e sei archetti monolitici, non originali: le murature basse (così come le zone inferiori dell’absidiola sud), conservano invece tratti dell’antica muratura in pietre chiare squadrate, inframmezzate da fasce orizzontali di mattoni rossicci.
Il semicerchio absidale sud è scandito da cinque lesene raccordate da coppie di archetti ciechi a doppia cornice in pietra bianca, quasi tutti di moderna realizzazione. Le murature basse presentano aspetti di arcaicità, con pietre chiare di discrete dimensioni alternate a filari orizzontali di mattoni rossi. L’unica monofora, non è di epoca romanica. Gli archetti ciechi dell’abside sud (i due originali rimasti in opera a livello dell’attaccatura del semicerchio con il fronte est della navatella), hanno l’arco formato da una doppia cornice modanata, mentre, nell’abside maggiore, gli archetti sono a cornice semplice con incisa una linea di marcatura attorno all’archetto. Sopra gli attuali livelli dei tetti delle absidi laterali è ancora visibile l’antico posizionamento delle coperture, individuabile nella serie di conci murati sporgenti e a spiovente.

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