CHIESA ABBAZIALE DI SANTA MARIA IN PORTONOVO  (Portonovo presso Sirolo – prov. Ancona)

   
fronte ovest   absidiola   abside particolare
 
tiburio   tiburio particolare

Poco lontano da Ancona, ai piedi del monte Conero, dal lato che scende verso il mare, sorge la chiesa abbaziale di S. Maria in Portonovo, piccolo e particolarissimo gioiello d’architettura romanica e unica sopravvissuta quasi inalterata delle strutture che formavano il monastero (un’eccezione è rappresentata dall’avancorpo anteposto alla facciata ovest che è di più recente realizzazione). Gli studiosi collocano la fondazione del complesso monastico entro la prima metà dell’XI secolo. Intorno all’anno 1320, le denunce che i monaci rivolsero al vescovo di Ancona Nicolò degli Ungari sulla disastrosa situazione in cui versava l’abbazia, “il convento stava franato e c’erano state delle vittime”, convinsero il presule all’abbandono dell’insediamento, che era così condannato alla rovina. In questo luogo fu sepolto S. Gaudenzio, vescovo di Ossaro (Croazia) e forse qui soggiornò anche S. Pier Damiani.
Taluni studiosi riconoscono in questo monumento una realizzazione architettonica complessa, rimandandola a influenze francesi di matrice cluniacense (absidi scalate), frammiste e mediate da maestranze di cultura “lombarda” (riscontrabili nella sequenza di archetti ciechi dei sottotetti di tutto il perimetrale della chiesa e nella scansione degli spazi murari a mezzo di lesene piatte). In altri studi si propone invece “una basilica romanico-lombarda a cinque navate sormontata da una cupola (o tiburio) di ispirazione bizantina”. La pianta è molto articolata e gli esperti la ritengono una sorta di miscuglio tra schema basilicale e schema cruciforme; viene comunque generalmente definita come una realizzazione a struttura basilicale a cinque navate di cui le due più esterne, a sud e a nord, hanno lunghezza molto ridotta rispetto alle altre. Alcuni studi accostano questa planimetria, seppur con variazioni nelle dimensioni, alla pianta della chiesa di Cerisy-la-Forêt in Francia. La cupola viene considerata di “ispirazione bizantina” poiché si presenta quadrata all’esterno ma ottagona all’interno.
Una traccia documentaria riguardante il monastero di S. Maria di Portonovo rimanda a carteggi dell’XI secolo (“L’anno 1034 di nostra salute un tal Stefano di Germano del quodam Teobaldo Grimaldi dal Poggio, castello della diocesi anconetana e più vicino al detto luogo, fece donazione di 35 misure di terra, chiamato in quel tempo Modioli, acciocché in quel sito dove al presente si vedono vestigia di detta abbazia e chiesa ancora in essere, si edificasse un tempio alla Beatissima Vergine come rogo in detta Michele notaro anconetano il 7 luglio anno 1034, copia del quale rogito si trova nell’archivio delle scritture del Capitolo di S. Ciriaco di Ancona”). Di questo documento riportato non è certa l’autenticità. L’originale è infatti andato perduto. La datazione della chiesa non trova d’accordo gli studiosi e viene alternativamente posta alla metà dell’XI secolo, al XII o addirittura ad una ricostruzione avvenuta nel XIII secolo. Secondo studi recenti, l’epoca di costruzione della chiesa deve essere invece posta tra gli anni 1034 e 1048. L’importanza di questa istituzione monastica è ribadita anche in documenti pontifici dei secoli successivi (anno 1177: privilegio di papa Lucio III; anno 1184: privilegio di papa Onorio III; anno 1222). La chiesa misura 26,63 metri di lunghezza per metri 18,93 nel punto più largo. Oltre all’ingresso principale, situato nell’avancorpo occidentale, vi sono altre due porte inserite nella muratura verso il mare (più una terza intuibile solo dall’interno per la presenza di un architrave ligneo ancora in opera nella parete). La porta collocata in corrispondenza dei resti di strutture monasteriali annesse all’edificio ecclesiastico è sormontata da una lunetta, un tempo probabilmente decorata da un bassorilievo o da un affresco raffigurante la Madonna con a fianco la figura del committente: ora rimangono solo frammenti di una iscrizione di difficile lettura e di interpretazione ancor più ardua: “MT…IM…EC…RIS ET CALOI…”
Un atrio (vedi foto fronte ovest), aggiunto in epoca più recente, precede l’edificio ecclesiastico vero e proprio. Il portale immette nella navata centrale, coperta da volte a botte, sostenute da colonne pensili di tradizione borgognona. Al centro, su pianta ellissoidale, sorge la cupola del tiburio (vedi foto tiburio). Due file di massicce colonne dividono le tre navate alle quali si affianca, su ciascun lato, una cappella absidata, con copertura a crociera, che dilata in forma di croce lo spazio interno. Il pavimento in cotto rosso e pietra gialla, che concorre a creare un elegante contrasto cromatico con il biancore dell’apparato murario dell’alzato, è quello originale. I capitelli che sormontano le colonne della navata, come quelli collocati sulle semicolonne, presentano tratti decorati; sulle semicolonne sono incisi segni a carattere simbolico, mentre i motivi impressi sui capitelli delle colonne della navata centrale schematizzerebbero una decorazione “a foglie d’acqua” (paragonabili alle decorazioni dei capitelli delle colonne della cripta della chiesa di S Eusebio a Pavia). Le finestre che si aprono negli emicicli delle absidi minori non sono in posizione centrale, ma leggermente spostate, per meglio sfruttare la luce del giorno. A S. Maria di Portonovo fu sepolto S. Gaudenzio, vescovo di Ossaro (Croazia), e, forse, per un certo periodo, visse qui anche S. Pier Damiani. Recenti indagini archeologiche hanno riportato alla luce, attorno all’edificio ecclesiastico, una necropoli medievale.
Colpiscono, nella chiesa di S. Maria di Portonovo, soprattutto la particolarità dell’ubicazione e della struttura complessiva. Per quanto riguarda il “dove”, è evidente il contrasto tra la pietre bianche dell'edificio, poco sopra il bianco pietrame della spiaggia, le mutevoli tonalità di blu e il verde profondo del mare, o il colore del bosco autunnale delle pendici del monte Conero. Per quanto riguarda la struttura, la pietra bianca locale è stata composta in forme non certo monumentali o particolarmente eleganti e raffinate, e tuttavia equilibrate, in un crescendo verso l’alto, scandito a “gradini”: delle absidi innestate a est (vedi foto zona absidale), la maggiore è posta sulla terminazione della navata centrale, mentre le minori, sempre rivolte a est, sono costruite sui bracci del transetto; tutte sono più basse rispetto sia al tetto del transetto sia al tetto della navata centrale; in più, all'incrocio tra la navata laterale e i bracci del transetto si erge un tiburio scandito a sua volta, nell’alzato, in due livelli: bifore ornano il livello inferiore, a pianta quadrata, mentre trifore cieche caratterizzano l’ottagono superiore. Effettivamente, la suddivisione appare più evidente dall'interno, dove risulta meglio visibile la pianta a croce, con l’aggiunta di due absidi semicircolari sui fianchi est dei bracci del transetto.
Questo insieme di livelli ha un impatto comunque contenuto, dato che l’edificio non ha affatto dimensioni monumentali, e, anche in altezza, non appare certo tra i più imponenti: è un edificio piccolo, sobrio e geometrico. Nella pianta, così inedita tra le forme in uso nelle Marche nello stesso periodo e con il transetto sporgente absidato (vedi foto absidiola) e sviluppato longitudinalmente in misura quasi equivalente alla metà della lunghezza dell'antica chiesa (senza atrio), ricorda monumenti anche più antichi, di epoca Longobarda, come il primo S. Salvatore di Brescia (VII secolo), anche se questo aveva a terminazione della navata centrale est un’abside semicircolare in linea con le absidiole laterali.
Le forme di questa chiesa riportano al pieno stile Romanico Lombardo, con archetti ciechi, differenziati nelle misure, posti a decoro dei sottotetti (in particolar modo i forni dei sottotetti delle absidi ricordano molto le chiese lombarde (vedi foto abside centrale part.), quali le milanesi S. Ambrogio, S. Vincenzo in Prato e S. Eustorgio o il S. Pietro di Agliate).
In questo edificio, ad attirare l’attenzione, è anche l’apparente omogeneità di costruzione; certo, un più attento esame permette di individuare aggiunte e restauri, come nel caso della terminazione occidentale, costituita da un atrio che si innesta nel punto in cui gli archetti ciechi del sottotetto dalla navata centrale si interrompono, o nella terminazione meridionale del transetto, che conserva un locale poco pertinente all’epoca di edificazione del tempio; anche gli ingressi non sono esenti da modifiche, oltre a quelle apportate all'accesso occidentale dall'atrio, ma questi non incidono più di tanto sulle equilibrate proporzioni, in pianta e in verticale, dei volumi.
L’interno, contrariamente all'aspetto esterno, dove le modeste dimensioni non sono celate dalla complessità dell'alzato, appare spazioso e, forse a causa della diffusione della luce proveniente dalle aperture del tiburio, gli ambienti si dilatano e si innalzano. E’ certo che la pietra bianca usata per le murature concorre a smaterializzare i volumi: colonne, volte, emicicli absidali e tiburio creano un insieme armonico e non danno l’impressione di un soggetto architettonico molto complesso.

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