Interno (vedi foto
interno)
La suddivisione interna in tre navate è data, a partire da
occidente, da semplici pilastri compositi a pianta rettangolare
privi di decorazioni (ad eccezione dei pilastri a sud, dipinti con
figure di santi realizzate in epoca post-romanica): in sequenza,
quattro pilastri e tre colonne a sud, cinque pilastri a nord, dei
quali il più orientale è inserito fra due colonne, fanno da sostegno
a otto archi longitudinali per parte, con i sottarchi ornati da
ripetitivi motivi a cerchi con foglie a stella e calici o coppe,
dipinti in rosso. Non c’è cripta e il pavimento è in mattonelle di
calcare chiaro. Le coperture sono in travi a vista (capriate),
chiaramente di epoca recente. Le murature sono integralmente
realizzate in pietre chiare appena sbozzate e non di grandi
dimensioni. Sul longitudinale sud della navata centrale sono
inserite sette monofore, mentre non ci sono aperture nel
contrapposto lato nord. Oltre alle sette monofore alte, nel
perimetrale della navatella meridionale sono poste tre diverse
aperture: fra la sporgenza determinata dalla base della torre
campanaria, verso occidente, ci sono due porte squadrate, aperte sul
sagrato, mentre un’altra porta si trova nell’ultima campata che
precede l’absidiola sud, ad aprirsi sul chiostro, sormontata da un
arco a tutto sesto, con le parti murarie adiacenti fortemente
intonacate, anche per accogliere l’affresco di Adamo nel Giardino
dell’Eden. L’area absidale prende luce dalle tre monofore
dell’abside maggiore e dalle due inserite su ognuna delle absidi
minori. Nel muro nord dell’area presbiteriale è inserita una
scultura in stucco d’epoca gotica, raffigurante una Madonna con ai
lati quattro santi. Al centro è posta una porticina che dovrebbe
aprirsi sulla nicchia che custodisce l’olio santo dei battesimi:
sotto, si sviluppa un rilievo a foglie con al centro uno scudo.
Verso la navata centrale, nello spazio fra gli archi longitudinali
sono appoggiati dei medaglioni moderni a raffigurare le stazioni
della “Via Crucis” I capitelli delle colonne sono stati realizzati
con blocchi intagliati in are romane. Su tre di questi,
dall’ingresso, il primo a nord, il secondo e il terzo a sud, si
leggono ancora incisioni in lettere latine. La base della prima
colonna a sud è inoltre formata da un’ara romana pagana in pietra
monolitica (vedi foto
ara romana) dove si legge:
“SOLI ETIVNA(I?) …
O SERTORIVS OF …
FESTVS FLAMIN …“
Questo lacerto pre-romano, “con dedica al Sole e alla Luna”,
avvalorerebbe l’ipotesi di antica frequentazione cultuale del sito.
E’ curioso che la maggior parte dei lacerti di epoca romana e
pre-cristiana o pagana riutilizzati nelle strutture architettoniche
della chiesa, siano concentrati nell’area est, in quel settore
dell’edificio che gli studiosi indicano come di epoca romanica,
mentre nel settore ovest, più antico, e che grossomodo occupa in
lunghezza i primi quattro arconi longitudinali e i relativi primi
otto pilastri (quattro per parte), il materiale di reimpiego sia
quasi assente. Così come nel settore sud, dall’abside laterale ai
pilastri e al longitudinale della navatella, oltre che nell’area
terminale ovest della navata centrale, sono concentrati consistenti
resti di affresco di diverse epoche. Particolare, e di significato
alquanto oscuro, è la scena dipinta sopra la porta che dà sul
chiostro, dove rimane visibile, sulla sinistra, un personaggio
ignudo a tutto corpo inquadrato dentro una cornice rossa e gialla.
La scena si interrompe al centro con una vistosa caduta di colore,
per proseguire poi verso destra, con una sequenza di tre personaggi.
Una sola figura è conservata integralmente, in prossimità di un
palazzo o torre. L’esecuzione è sobria e lineare, con un ridotto
dispiego di varianti cromatiche. Le pieghe delle vesti molto marcate
ed i robusti tratti somatici rimandano a esperienze artistiche di
estrazione arcaica e bizantineggiante. La cronologia di questi resti
pittorici rimane incerta, così come dubbia è la lettura. Gli
studiosi propongono il XIII secolo (fosse anche l’inizio) e
interpretano l’episodio come Adamo nel Giardino dell’Eden.
Importanti, anche se notevolmente deteriorati, sono i resti
pittorici che ornano la sezione centrale dell’ingresso a ovest.
Nella calotta absidale, su uno sfondo azzurro/blu, troneggia il
Cristo benedicente (Pantocratore), inserito dentro una mandorla a
più cornici di colore rosso, azzurro e bianco. Ai fianchi della
mandorla dovevano esserci i simboli dei quattro evangelisti.
Purtroppo, sulla destra non rimane quasi più nulla, mentre a
sinistra, molto rovinati e di difficile individuazione, si
possono intuire, in basso il Toro, simbolo dell’evangelista Luca,
sormontato da una figura di santo (si vede l’aureola dorata attorno
al capo), genuflessa e di spalle rispetto al Cristo. Sia gli
intradossi, che il fronte dello strombo absidale, conservano una
decorazione a motivi geometrici su sfondo rosso. Un altro tipo di
decorazione geometrica a labirinto delimita in basso la
raffigurazione cristologia. Poco sotto vi è una nicchia, con resti
di pitture. Il settore occupato in parte dall’attuale ingresso, ha
fortemente sofferto questo innesto, conservando, in alcuni tratti
murari, lacerti divenuti ormai quasi delle sinopie. Anche nel fronte sommitale della navata maggiore, fra le due monofore, si conservano
tracce di affresco, così come nei due stipiti, un po’ più leggibili,
si possono intravedere, una per parte, le figure di due santi
(vedi foto
abside ovest). In base al restauro del 1975, l’epoca di esecuzione
sarebbe individuabile tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII.
Per poter condurre raffronti a scopo cronologico la critica
individuerebbe “influssi bizantini ma sempre in chiave ottoniana”,
nei tratti rimasti della decorazione pittorica della zona
occidentale del S. Giorgio di Valpolicella “che sembrano imparentati
più strettamente con l’arte lombarda”. Nel settore orientale, sull’arcone
trionfale che precede l’abside dalla navata maggiore, si conservano
tracce di scene pittoriche; rimane parzialmente leggibile un lacerto
(vedi foto
arco trionfale est) posto sul fronte a sud, dove compare la figura di
un santo aureolato, dalla barba e dai capelli candidi, lo sguardo
rivolto verso la lunetta angolare, che tiene sulle ginocchia un
fanciullo, forse difendendolo da una bestia, ritta sulle zampe
posteriori, con muso di cane o di volpe. Di notevole accuratezza, è
anche la greca orizzontale del sottotetto, decorata con un motivo
geometrico di diverso colore e in buono stato di conservazione. Lo
stile non sembrerebbe pertinente agli affreschi del contrapposto
settore occidentale, anche se rimangono indizi che possono rimandare
a tradizioni artistiche ancora medievali. Sempre sulla parete
laterale sud è raffigurata un’Ultima Cena. Secondo gli studiosi, la
particolarità di questo affresco consiste nell’aver raffigurato la
Sacra Mensa dotandola di vari oggetti tipici del tempo (opera
probabilmente del XIII secolo).
Ciborio (vedi foto
ciborio)
Al centro dell’abside centrale è posto il monumentale ciborio.
Esso è formato da quattro colonne con capitelli ad angoli smussati,
scolpiti a caulicoli e rosette centrali di diversa forma, crociate o
a fiori tondi o con motivi a stella, sormontato da quattro blocchi
con decorazioni su tutti e quattro i lati a vista, in buono stato di
conservazione. Sulle due colonne verso la navata è incisa
l’iscrizione che nomina i committenti e gli artisti esecutori del
ciborio. Le quattro colonne poggiano su una pietra d’altare a sua
volta sostenuta da quattro bassi pilastrini. La cornice del ciborio
è costituita da una doppia fascia leggermente aggettante; la
decorazione, uguale su tutti e quattro i lati, è costituita, in
basso, da palmette semplici, e sopra, da motivi a S con riccioli.
Due delle quattro arcate del ciborio – quelle del fronte nord ed est
- sono decorate con diversi motivi geometrici a intreccio, anche
doppio, e a nastri a due capi. Le altre due arcate – quelle dei
fronti sud e ovest - sono invece scolpite con volute, tralci, foglie
stilizzate a riccioli e motivi simili al piumaggio dei pavoni. Le
decorazioni del fronte ovest presentano molte somiglianze con
l’ornato del fronte sud, così come il lato est è artisticamente
associabile al lato nord. Partendo dal fronte rivolto alla navata,
le quattro facce sono decorate come segue: a) fronte ovest: sui
fianchi degli archi sono inserite due croci astili sormontate da una
fascia orizzontale decorata con caulicoli e croci; b) fronte sud: lo
spazio laterale è occupato da due raffinati intrecci a tralci,
foglie e grappoli d’uva; c) fronte est: compaiono due medaglioni con
un motivo floreale rotondo ai quali pare stiano attaccati per la
bocca due coppie di pesci per medaglione; d) fronte nord: due pavoni
stilizzati e assai rozzi che posano il becco sulla curva dell’arco,
con accanto due piccoli medaglioni rotondi scolpiti a motivi
geometrici in rilievo (vedi foto
ciborio fronte nord).
Il ciborio conservato a S. Giorgio di Valpolicella è uno dei
monumenti d’epoca altomedievale tra i più importanti di quanti sono
giunti fino ai nostri giorni, non tanto per le qualità artistiche
dell’opera, quanto per la certezza della data di esecuzione (anno
712), oltre che per riportare i nomi degli artisti esecutori, un
caso estremamente raro per opere del periodo
longobardo-altomedievale. Da quanto rimane leggibile dell’iscrizione
sulle colonne del ciborio, si deduce che la chiesa di S. Giorgio,
già nell’VIII secolo, era officiata da un clero numeroso ed era
provvista di fonte battesimale. Il ciborio veniva eseguito “quando
era re Liutprando, vescovo di Verona Domenico, rettori e sacerdoti
della chiesa Vitaliano e Tancol, ispettori regi Vergando e Teodolfo”;
l’iscrizione veniva incisa dal diacono Gondelme, che riferisce anche
i nomi degli esecutori del ciborio: un certo Orso, capomastro, con i
suoi allievi o discepoli Juventino e Juviano (taluni propongono una
origine locale per Orso e i suoi aiuti). La sicurezza della data di
costruzione del ciborio indica “nella robusta concezione, un franco
impiego di motivi classicheggianti e uno spiccato gusto
naturistico”, gli indirizzi artistici in voga all’epoca di
Liutprando, caratterizzanti artisticamente i primi decenni dell’VIII
secolo con il nome di “Rinascita Liutprandea”. Nel IX secolo gli
stessi motivi ornamentali “si faranno più regolari e le trame degli
intrecci diventeranno più fitte, frutto anche di una più secca e
meccanica esecuzione”. Confronti sono possibili con il pluteo
raffigurante i pavoni nel Monastero di San Salvatore a Brescia. S.
Giorgio di Valpolicella è un monumento per molti versi anomalo, dove
una serie di particolarità confluiscono in un unicum nel panorama
dell’edilizia romanica dell’Italia del Nord, e questo per una serie
di motivi, tra cui: il fatto di essere uno dei pochi monumenti che
hanno i muri longitudinali, e le terminazioni a capanna est e ovest,
più alti rispetto ai livelli degli spioventi del tetto; per il fatto
di avere una doppia e marcata cronologia con il settore ovest ad
abside unica, dell’VIII secolo, e il settore est con le tre absidi
semicircolari, del XII secolo; per la doppia scansione dei
longitudinali interni, distinti tra l’area est con cinque colonne e
un pilastro e l’area ovest con otto pilastri; per la testimonianza
cronologica offerta dalle colonnine del ciborio da sempre conservato
in questa chiesa e realizzato nell’anno 712, a indicare l’esistenza
di un edificio religioso in questo sito già agli inizi dell’VIII
secolo. Nonostante quindi tutti questi elementi e le dimensioni
monumentali del complesso pievano (grande chiesa, imponente torre
campanaria, chiostro e ambienti monastici), le differenze rimangono
tutto sommato abbastanza tenui, quando non impercettibili,
presentando un assetto architettonico assai armonico per una
costruzione così marginale, frutto della devozione popolare delle
piccole comunità cristiane della Valpolicella.
CRITICA
“Molto evidente è il contrasto tra alcune costruzioni religiose
dell’XI secolo, concepite e realizzate seguendo la tradizione
improntata su un notevole equilibrio volumetrico e ritmico come il
duomo di Torcello, il S. Vincenzo in Prato a Milano, l’abbaziale di
Pomposa appoggiata all’atrio di Marzuolo del 1026, S. Eufemia alla
Giudecca e in altre chiese veneziane dell’XI secolo, la basilica di
Aquileia (ricostruita dal patriarca Poppone nel 1031), il S. Giusto
a Trieste, S. Lorenzo del Pasenatico in Istria, per citare solo gli
esempi più eclatanti, e la rude e talora sperequata potenza delle
fabbriche romaniche contemporanee della Lombardia e delle vicinanze
venete ed emiliane. Fra queste è il S. Giorgio di Valpolicella, su
sostegni non uniformi, e il poco distante S. Severo di Bardolino”.