La località di S.
Giorgio di Valpolicella (o “Ingannapoltron” come la gente del posto
tiene a precisare), è oggi compresa nel comune di S. Ambrogio di
Valpolicella. Il paesino è ubicato sulla cima di un’altura ed è
costruito con la pietra calcarea proveniente dalle vicine e antiche
cave. Il sito risulta frequentato gia in epoca preistorica; la
particolare posizione strategica ne fece, immediatamente dopo essere
divenuto sede stabile per la popolazione, un insediamento
fortificato. Reperti archeologici attestano la presenza dell’uomo a
S. Giorgio a partire dal primo millennio a.C. fino all’arrivo dei
romani nel II-I secolo a.C. Secondo gli studiosi, dal IV secolo
a.C., nella Valpolicella si svilupparono importanti centri
insediativi; scavi recenti hanno messo in luce. proprio a S.
Giorgio, “vari frammenti di ceramica, ossa di animale, laboratori
per la lavorazione dei metalli, cocci con incise lettere
dell’alfabeto retico”, proponendo questo sito quale “anello di
congiunzione storica tra Reti e Arusnati”.
Ma d’onde vengono questi Arusnati? All’arrivo dei romani in
Valpolicella (II secolo a.C.), qui era già insediata un’etnia
organizzata “con proprie leggi e propri culti”. Il nome “Arusnati” è
riportato su alcune iscrizioni ritrovate a S. Giorgio; ma le prove
più consistenti della presenza di una popolazione con una cultura
religiosa propria, consistono nelle frequenti citazioni documentarie
di varie divinità locali: Lualda, il Sole, la Luna, Cuslano,
Ihamnagalla e Sqnnagalla. Diverse statuette votive sono state
rinvenute a S. Giorgio con raffigurate varie figure, anche di
animali. Ma ben più importanti sono i resti di un insediamento
risalente al IV secolo a.C., scoperto nell’area adiacente alle tre
absidi orientali della pieve di S. Giorgio. Lo scavo, visitabile, ha
portato in luce un complesso sito insediato, distribuito su più
livelli digradanti ricavati nella viva roccia: dall’alto verso il
basso, sono stati identificati due insediamenti: l’uno, presenta uno
scavo nella roccia identificato come una casa-laboratorio avente
come fondo il livellamento squadrato ricavato nella roccia e da una
cisterna, un foro quadrato posto nel terrazzamento appena
sottostante, cronologicamente datati alla prima metà del IV secolo
a.C., la cisterna, e alla fine dello stesso secolo, la
casa-laboratorio. Nel sito posto al livello più basso gli studiosi
hanno identificato un ambiente adibito a laboratorio metallurgico,
sempre ricavato mediante asporto della roccia, dove si conserva un
tratto di pavimentazione formata da grosse lastre in calcare. Altre
rimanenze di vario tipo, risalenti al periodo romano, sono esposte
nella piccola area verde dietro le tre absidi e nell’area del
chiostro (un sarcofago ricavato in un monolite di pietra rosa di
Verona, un pozzo monoblocco in pietra calcarea chiara, tronconi di
colonne in pietra di Verona e in calcare e i resti di un tratto di
colonna con capitello ornato da una decorazione a foglie d’acanto,
oltre a vari conci e steli non meglio identificabili; un altro
monumentale sarcofago con coperchio piano è conservato poi nel
chiostro). Altri resti d’epoca pre-romana e romana, recuperati in
loco, sono conservati nel piccolo museo locale: ex voto a dèi
pagani, steli, are e iscrizioni romane (affiancati ad altri
interessanti reperti d’epoca altomedievale, come quattro archetti
decorati – alcuni conservati solo frammentariamente - risalenti all’VIII
secolo e contemporanei del ciborio, probabilmente pertinenti a un
recinto presbiteriale).
Le prime citazioni di S. Giorgio risalgono all’XI secolo, in merito
a varie dispute relative ai diritti di proprietà di questo
territorio; nel XII secolo, S. Giorgio viene indicato come castrum,
appartenente per metà al conte di Verona e per metà al vescovo di
Verona, dono del marchese e duca di Carinzia. Probabilmente dopo
l’anno 1187 fu solo il vescovo a detenere la proprietà del castrum.
All’inizio del XIII secolo la corte di S. Giorgio passava al comune
di Verona, che ne rimase proprietario fino all’epoca degli
Scaligeri: nel 1311, la Valpolicella veniva concessa dall’imperatore
Enrico VII a Federico della Scala. L’istituzione plebana continuò le
proprie funzioni fino ai nostri giorni. Queste, grossomodo, sono le
informazioni documentarie inerenti la pieve, ma l’analisi di alcuni
aspetti architettonico-decorativi del tempio, permette di far
risalire le origini della chiesa plebana di S. Giorgio di
Valpolicella a epoche ben più remote, rispetto al XII secolo
testimoniato dai documenti. Comunque, l’insediamento di S. Giorgio
si caratterizza soprattutto per la monumentale e particolarissima
chiesa plebana intitolata all’omonimo santo. Perciò, anche se il
primo documento a menzionare la chiesa di S. Giorgio è una bolla di
papa Eugenio III dell’anno 1145, le origini di questo monumento
vengono fissate all’inizio dell’VIII secolo.
A illuminare sulle funzioni e sul periodo entro il quale collocare
la prima chiesa, contribuisce in parte l’iscrizione incisa sulle
colonnine del ciborio, che permette di conoscere l’epoca esatta
della realizzazione del ciborio stesso, da sempre fra gli arredi
degli chiesa di S. Giorgio: anno 712. Già in origine la chiesa aveva
funzione plebana. Per una datazione della parte romanica della
chiesa, indicata generalmente al XII secolo, è d’uopo ricordare il
terremoto dell’anno 1117, che deve aver interessato in maniera
rilevante, oltre che la vicina città di Verona, anche la
Valpolicella. Fu questo un evento determinante per spiegare
eventuali significativi interventi di sistemazione della chiesa, se
non addirittura indicare nel periodo successivo al terremoto il
momento della riedificazione - in stile romanico - della parte est
dell’edificio. Caso piuttosto raro in Italia, l’edificio ecclesiale
presenta absidi semicircolari sia nella parte est (in numero di tre
di diversa dimensione, con la centrale più grande delle laterali),
sia una a occidente, area tradizionalmente occupata dall’ingresso, e
proprio un ingresso, al centro dell’emiciclo di questa abside, è
stato di fatto realizzato in epoche successive alla costruzione.
La chiesa di S. Giorgio è costruita in pietre calcaree chiare
d’estrazione locale; gli studiosi individuano i tratti della prima
chiesa altomedievale nell’apparato murario di buona parte della zona
a ovest, con abside unica, mentre la più ampia zona a oriente con il
campanile e il chiostro sarebbero costruzioni di epoca romanica. Le
differenze esecutive che dovrebbero distinguere le due fasi edilizie
discoste nel tempo (prima chiesa altomedievale e seconda chiesa
romanica), sono attenuate dall’uso costante dello stesso tipo di
materiale edilizio, che conferisce all’edificio un aspetto
abbastanza compatto e relativamente omogeneo.
L’edificio ecclesiale, come detto, ha pianta basilicale biabsidata a
tre navate con le navatelle laterali più basse e più strette (la
navata centrale è larga il doppio rispetto a
quelle laterali). Qui, presso la pieve, il clero faceva vita comune
e la presenza del chiostro e degli ambienti annessi, dato che non
parrebbe mai essere stata chiesa monasteriale, avvalorerebbe questo
aspetto, marcando l’importanza dell’istituto plebano di S. Giorgio.
Il complesso religioso di S. Giorgio di Valpolicella è oggi visibile
quasi integralmente. Resta nascosta una parte del muro perimetrale
nord, coperta da un locale oggi adibito ad ambiente museale (aperto,
purtroppo, solo di domenica). Sono visitabili il chiostro, l’area
est con gli adiacenti resti di epoca pre-romana, e l’interno, al
quale si accede attraverso un portale oggi inserito nell’emiciclo
absidale occidentale.
Misure (espresse in passi: un passo corrisponde a circa 0,90 metri):
Facciata occidentale: 18 passi
Sporgenza dell’abside occidentale: 2 passi
Lunghezza del fianco sud fino al campanile: 20 passi
Lunghezza del campanile (fianco sud): 6 passi
Sporgenza del campanile rispetto al fianco sud: 4 passi
Distanza dal campanile al fronte est (escluso abisdi): 10 passi
Dalle misure si evidenzia il notevole equilibrio dell’edificio;
infatti, alla larghezza della facciata della chiesa (18 passi)
corrisponde una lunghezza doppia (36 passi).
Zona absidale ovest
(vedi foto
zona absidale ovest)
è proprio questa
parte dell’edificio a presentare le più significative discrepanze
costruttive rispetto alla sostanziale omogeneità dell’apparato
murario della chiesa, facilmente appurabile data l’estrema
essenzialità della struttura architettonica, piatta, lineare,
compatta, non alleggerita da nessun accorgimento decorativo o
plastico. Nel settore nord, corrispondente al fronte della navatella,
nelle parti dell’abside non compromesse dall’inserimento del portale
e nel fronte alto della navata centrale, dove sono inserite due
semplici monofore, l’assemblaggio dei conci (non di grosse
proporzioni), poco lavorati, allestiti a corsi discretamente
orizzontali, in consistenti strati di malta, conferisce alla
struttura le medesime caratteristiche edilizie del resto
dell’edificio; la sezione a sud, corrispondente al fronte della
navatella, rimarca interventi di restauro e manomissioni. A partire
dalle parti alte, vi sono infatti inserimenti disordinati in
laterizio, sotto i quali parrebbero esserci nelle murature i segni
di tre archi trasversali non di eguale ampiezza, con il più piccolo,
a sud, che oggi fa da cornice a un tratto di muro intonacato con
resti di sinopie. Anche lo spigolo a sud si diversifica, composto
com’è da grossi blocchi di calcare ben squadrati a partire
all’incirca da un metro sopra lo zoccolo di fondazione. Evidente, in
questa sezione della terminazione occidentale della navatella, per
le caratteristiche costruttive approssimative, per l’innesto dei
mattoni e per l’assemblaggio poco lineare, la diversità rispetto al
settore centrale, probabilmente sottoposto a integrazione. L’odierno
tetto dell’abside è sovrastato da una fascia di conci appena
sporgenti e murati a spiovente, probabile indizio di un più antico
assetto delle coperture, oggi in coppi, come i coppi servono da
copertura dei tetti delle navate, parzialmente utilizzati anche per
i tetti del chiostro e delle absidi a est, integrati da grandi
tegole in pietra. Sul verso sud dell’emiciclo dell’abside, nella
parte intonacata restano pochi indizi di un’antica decorazione
pittorica.
Fianco sud (vedi foto
fianco sud)
Il muro longitudinale meridionale della navata centrale, dove si
aprono sette monofore strombate, e della navatella, è realizzato,
come detto, in pietre calcaree chiare di ridotte dimensioni e poco
lavorate. Il campanile e un lato del chiostro coprono parte del
perimetrale della navatella e nel tratto scoperto sono inserite due
aperture: una porta rettangolare con arcone sommitale marcato da una
cornice bicroma in laterizio e pietra tufacea disposti a raggiera,
rialzata dal terreno di circa mezzo metro, e un’altra porta
squadrata, collocata vicino al campanile. Il settore tra il
campanile e il colonnato del chiostro è occupato da un vano oggi, e
forse anche anticamente, adibito a sacrestia. A fianco, iniziano le
arcate e le gallerie coperte del chiostro. Qui si trova un altro
accesso alla chiesa, in uso ai canonici, oltre al portone aperto sul
sagrato dell’area est adiacente alla zona archeologica. Una leggera
cornice sporgente in pietra sovrasta di circa mezzo metro tutti e
due i livelli di attaccatura dei tetti delle navatelle, forse
indizio dell’antica attaccatura delle coperture.
Fianco nord
Lo stesso tipo di allestimento murario del longitudinale sud
caratterizza anche il lato nord dell’edificio, staccandosi appena
nello zoccolo di fondazione, che presenta dei grossi blocchi di
arenaria livellati a vista, e ritornando, nelle parti alte, a
riprendere un allestimento a livelli orizzontali nei conci più
piccoli propri di tutto l’apparato murario della chiesa. Su questo
lato non vi sono aperture.
Navata centrale
Un particolare curioso è rappresentato dal sistema adottato
per le coperture lungo i lati della navata centrale. Il muro
sommitale della navata supera di un buon metro il livello dello
spiovente di gronda del tetto, marcandolo con una lunga serie di
fori quadrati per lo scolo dell’acqua piovana, aspetto strutturale
questo che occlude la vista dei tetti e che, accompagnato alla
compatta mole del campanile, conferisce all’insieme un aspetto
massiccio, quasi di fortezza.
Zona absidale est
(vedi foto zona absidale est)
Tutta la parte est dell’edificio presenta caratteri edilizi
omogenei che, probabilmente per il fatto di non proporre aspetti
architettonici ornamentali di rilievo, conferisce alle complesse
porzioni dell’edificio (absidi minori, abside maggiore, fronte est
della navata centrale e sopralzo, intonacato, in corrispondenza
dell’area presbiteriale) una sobria e allo stesso tempo complessa
composizione dell’alzato, compensando le mancanze decorative e
ornamentali con scansioni volumetriche diversificate e monumentali.
Le tre absidi propongono generalmente un apparato murario formato da
conci di pietra bianca di diversa dimensione, appena livellati nelle
parti a vista, assemblati in abbondante malta e ordinati in corsi
orizzontali abbastanza regolari fino al sottogronda, dove la
muratura diviene gradualmente aggettante con rifacimenti in
laterizio. Non vi sono particolari decorativi di rilievo; la
muratura è piatta e rustica. I tre emicicli sono coperti con tegole
di pietra e coppi. L’abside sud (vedi foto abside sud) rimane come
compressa fra l’emiciclo dell’abside maggiore e il muro divisorio
del chiostro che si prolunga verso est a delimitare anche antichi
ambienti monastici. Una leggera diversità nell’allestimento dei
conci rispetto alle absidi, denuncia che questo prolungamento veniva
in parte realizzato dopo la costruzione del chiostro. In questa
sezione muraria si possono vedere i resti di una finestra squadrata,
ora murata, con stipiti e architrave monolitici, sormontata da una
tettoia in pietra molto abrasa, e una tettoia orizzontale, sempre in
pietra, si prolunga verso est su tutta la parete. La porta, che dal
chiostro accede al sagrato dell’area absidale est, è squadrata e
probabilmente ricostruita, poiché si può ancora vedere lo stipite
originario a fianco di quello attuale. Dei blocchi monolitici
formano il soglio e l’attuale architrave è sormontata da una sorta
di tettoia in pietra.
Fra i reperti d’epoca romana riutilizzati nella ricostruzione
romanica del S. Giorgio, tra l’absidiola nord e l’abside centrale è
murato un concio che conserva un’iscrizione il lettere latine:
“LVALDAE”
Sulla targhetta di accompagnamento è riportata questa spiegazione:
“Frammento interno di un monumento non precisabile. Potrebbe
trattarsi di parti di un nome o di una dedica alla dea LUALDA, una
divinità che presiedeva alla fertilità dei campi e che era venerata
solo in Valpolicella: epoca I secolo d.C.”. Cinque sono le aperture
inserite negli emicicli delle absidi: tre monofore strombate nella
centrale, con archetti sommitali a tutto sesto realizzati con
monoliti in pietra tufacea di tonalità scura, e una monofora
strombata con arco in tufo in ogni abside laterale.
L’odierna attaccatura dei tetti delle absidi laterali è posta più in
basso rispetto all’originario assetto. Rimane visibile una cornice
sporgente ad angolo acuto probabile segno dell’antico posizionamento
del tetto, ma si rimane perplessi per il notevole ribasso patito
dalle coperture delle due absidiole. Anche il tetto dell’abside
maggiore è stato ribassato, seppure in misura meno evidente rispetto
alle absidi minori. Tra le ordinate e monocrome murature dell’area
est, colpiscono alcuni lacerti sporgenti di non chiara funzione.
Nell’emiciclo dell’abside maggiore, sia vicino all’arco nella
monofora sud, sia in quella al centro, a destra dell’apertura, sono
murati dei conci squadrati in aggetto, uno alla base dell’arco della
monofora sud e due, in linea con lo stipite destro nella monofora
centrale, forse con funzione di appoggio a colonnine o d’attacco per
ante in legno.