CHIESA DI S. MICHELE O MADONNA DELLA STRA’  (Belfiore – prov. Verona)

     
    facciata   facciata particolare   monofora
01  
archetti   zona absidale   zona absidale 2

Al momento della visita, nell’agosto 2004, la chiesa di S. Michele (o Madonna della Strà), a Belfiore, era soggetta a lavori di restauro, necessari per bonificare alcuni tratti murari perimetrali dall’umidità. Questi lavori hanno comportato anche l’intonacatura degli interni, oltre che la sistemazione esterna, eseguita certo senza criteri propriamente archeologici. All’interno, la parte absidale era inoltre completamente occultata dalla presenza di impalcature.
Dallo studio di una lapide
[1], si sa che la chiesa di Belfiore veniva costruita nell’anno 1143 (si tratta di un’interpretazione, più che di una traduzione: infatti, secondo Carlo Tosco, in “Architetti e committenti nel romanico lombardo”, questa iscrizione, conservata presso il Museo Lapidario Mattei di Verona, proveniente dalla chiesa della Madonna della Strà a Belfiore (o chiesa di S. Michele), indicherebbe come committente tale “Ambrogio sacerdote” e come architetti Boigo e Malfato, ed una cronologia relativa al secondo quarto del XII secolo. Il testo è il seguente: “SACERDOS A(m)BROSIUS FUIT AUTOR UIUS OPERIS BOIGO – ET MALFATO”
L’edificio era restaurato nell’anno 1651, occasione in cui si rifacevano le pareti laterali delle navatelle. Nell’anno 1894 si rendeva indispensabile il puntellamento della facciata. Nel 1905, la chiesa subiva un ulteriore radicale restauro. Si provvedeva alla demolizione a al rifacimento di buona parte delle parti alte della navata centrale e l’interno veniva modificato con l’aggiunta di nuove aperture che permisero la messa in luce di affreschi.
Taluni studiosi assegnano l’origine di questo monumento, per la tipologia di alcuni capitelli presenti all’interno, all’VIII o IX secolo; altri capitelli sarebbero invece ascrivibili all’XI-XII secolo. Altri studiosi precisano la datazione indicando l’anno 1143 e facendo risalire i capitelli corinzi all’anno 775. I due capitelli antistanti l’abside maggiore sono datati al IX secolo (materiale di recupero).
Nei pilastri della chiesa sono murate due iscrizioni del XII e XIII secolo. La prima, sul secondo supporto a destra partendo dall’entrata, ricorda “Alberico fabbro da Zevio che vuole onorare S. Michele con l’arte sua”, la seconda, nel pilastro corrispondente dell’altro lato, cita un fatto d’arme accaduto nell’anno 1200.
Tutti questi elementi rendono difficile la datazione sicura dell’edificio romanico attuale (vedi foto pianta). Si potrebbe ipotizzare un’origine altomedievale (con pianta da definire), in considerazione dei reperti specificatamente decorativi, risalenti all’VIII-IX secolo, con rifacimento (forse solo parziale) di parte delle strutture edilizie nel XII secolo – dopo il terremoto del 1117, che interessò buona parte della pianura padana.
Facciata
La chiesa si presenta con la classica facciata tripartita, realizzata, similmente al S. Pietro di Villanova, con fasce di pietre chiare (tufacee) alternate a filari in mattoni rossi (vedi foto facciata). A differenza del S. Pietro, però, dove questo tipo di apparecchiatura è limitato alle sole parti alte, qui il bicromatismo è esteso a tutta la superficie della facciata, anche se le linee orizzontali non vengono sempre precisamente rispettate.
Il portale è di semplice fattura (probabilmente una ricostruzione di epoca rinascimentale), con due stipiti monolitici in marmo rosso di Verona ed architrave, anche in questo caso monolitico, in pietra tufacea chiara. Sopra, è presente un protiro a due spioventi, sempre in pietra tufacea, con arcone a tutto sesto (nello spazio interno del protiro non sono presenti resti di affreschi o decorazioni), a sua volta sormontato da una bifora con colonnina divisoria e capitello a gruccia. Sopra questa apertura, aggiunta prettamente decorativa, vi è una finestrella chiusa da una lastra in pietra tufacea, decorata con motivi geometrici realizzati a traforo.
Un particolare decorativo piuttosto inedito per le chiese dell’area veronese, era costituito dalla presenza di cinque piatti ceramici dipinti, tre dei quali erano murati in asse con il rialzo della navata centrale (due ai lati, vicini all’attaccatura del tetto delle navatelle alla navata centrale, purtroppo mancanti, e uno al centro della bifora, conservato); un altro era murato all’apice della facciata, sotto la testina umana dell’archetto cieco sommitale (vedi foto facciata part.), mentre l’ultimo è inserito al vertice del protiro, sopra l’arco a tutto sesto e ancora in parte conservato.

Il sottotetto della facciata presenta un doppio coronamento, composto, nella parte più alta, da una cornice a dente di sega, in pietra chiara, mentre più sotto è collocata la serie di archetti monolitici in pietra chiara, con una leggera incisione a sottolineare l’arco e sorretti da mensolina a soffietto
[2].
Tra la cornice a dente di sega e la fascia degli archetti ciechi sono inserite, su tutta la linea dei sottotetti della facciata, una serie di formelle triangolari decorate a rilievo con uno stesso motivo vegetale (
vedi foto archetti).
Una considerazione a parte meritano le quattro pietre monolitiche di appoggio degli spioventi dei tetti, che si trovano in opera anche nella contrapposta parte orientale dell’edificio; si tratta di pietre ben squadrate, decorate con motivi vegetali di esecuzione abbastanza raffinata.Al culmine della navata centrale, una croce sormonta una serie di sfere (un ponticello?). Lo stesso motivo è presente anche nella posizione corrispondente, sul vertice del fronte della navata centrale, a est.

Navatella laterale

Ora è visibile il solo perimetrale nord (il longitudinale sud è infatti parzialmente inglobato in strutture modernizzate e residenziali). La muratura della navatella non è rilevabile, a causa dello spesso strato di intonaco di restauro. Su questo lato si apre una porta (di realizzazione tarda). Il muro longitudinale della navata centrale, anch’esso con evidenti indizi di restauri o rifacimenti, è composto da ciottoli semplici, posti in opera in una sorta di opus spicatum, in spessissimi strati di malta, interrotti da una fascia orizzontale in pietre rosa di Verona, e nel sottotetto, da un’altra fascia in pietre grigie ben squadrate in poca malta (opera di restauro?)
Zona absidale
Anche in questa parte dell’edificio, i sottotetti presentano lo stesso motivo ad archetti ciechi, identici nella fattura a quelli della facciata (foto 5 – zona absidale); cambiano solo le formelle triangolari sopra gli archetti che in facciata, come già visto, sono in pietra tufacea decorata con motivi vegetali, mentre qui si tratta di semplici formelle lisce in cotto rosso, fatto che accentua, anche nelle parti alte dell’edificio, il bicromatismo caratteristico della facciata.
Da sottolineare la particolarità della zona absidale, nella quale le due absidi laterali sono di dimensioni differenti: quella a sud, più bassa e piccola di quella a nord. Ma ciò che colpisce maggiormente, e non solo per il diverso colore, è la netta differenziazione edilizia tra le parti basse e quelle superiori (vedi foto zona absidale 2).

Abside meridionale
: lo zoccolo, per circa un metro dalla base, conserva il carattere approssimativo delle murature di fondazione. Il livello superiore, invece, presenta un apparato murario diversamente assemblato: alle pietre semplici (ciottoli), prive di lavorazione, disposte a spina di pesce, si alternano fasce orizzontali di pietre tufacee chiare ben squadrate. Al centro è inserita una semplice monofora. Il livello seguente, fino al tetto, è interamente intonacato.
La stessa tipologia edilizia adottata in questa parte dell’edificio si ripete nell’abside centrale; pietre ben squadrate in bassi livelli di malta, con inserti in pietre di colore rosato, alternate a ciottoli a lisca di pesce. Nella parte alta (la linea di divisione si trova all’incirca a metà dell’altezza totale dell’abside), le pietre in opera sono di ottima lavorazione su tutta la superficie, data la pochissima malta utilizzata. Forse, opere di restauro hanno reso così appariscente la diversità di esecuzione e il distacco dalle parti basse. Per quanto riguarda le aperture, una finestra quadrata di moderna realizzazione si innesta nella parte più grezza, mentre nella parte superiore è collocata una monofora a tripla strombatura, incorniciata da un bellissimo motivo ornamentale vegetale con ai lati due uccelli che beccano (
vedi foto monofora). Piuttosto complesso è l’apparato decorativo del sottotetto di questa abside, dalla quale è assente qualsiasi traccia di cromatismo: dalla classica sequenza di archetti ciechi con peducci allungati a soffietto, posta più in basso, si passa ad una cornice a dente di sega sormontata, a sua volta, da una fascia con alcuni tratti decorati ancora visibili la cui parte dal centro verso destra risulta completamente mancante, mentre dall’altra parte si rileva un’alternanza di motivi a intreccio floreali e vegetali. Fa eccezione l’ultimo concio visibile a sinistra, che presenta una decorazione differente e, apparentemente, poco attinente alle altre. Incompiuto è l’ultimo tratto di questa cornice che mantiene i bordi arrotondati e il motivo vegetale a intreccio, sebbene gli spazi interni lasciati dall’intreccio risultino privi di decorazioni.

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[1] I dati storici e cronologici sono stati attinti dal lavoro di Luigina Tregnaghi “Chiese romaniche del medio e basso veronese”, Verona, 1964
[2] Per quanto riguarda questo particolare decorativo, sarebbe quasi possibile affermare, vista la sua consistente presenza in edifici d’epoca romanica della zona, che si tratti di un carattere distintivo, quasi scolastico, cioè di un modello artistico diffuso tra artigiani scultori operanti in un’area relativamente ristretta quale la diocesi veronese all’inizio XII secolo. Esempi ne sono in primis: a Verona, nel S. Zeno (facciata); nel S. Pietro di Villanova; a Bardolino nel S. Severo, dove però le mensole sono realizzate in cotto, e nei resti di epoca romanica della chiesa di S. Maria Assunta a Cisano, ancora sul Lago di Garda, dove dalla semplicità delle mensole a soffietto in cotto murate nella facciata, si passa alla maestosità di quelle in pietra bianca inserite sotto gli archetti nell’abside.

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